(Re)Visioni Clandestine #30: La sciamana

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Ultime scopate a Varsavia

«[…] È quando uno non sa, allora che si fa prete»
(Michal rivolto a Wloszka)

Il regista polacco Andrzej Zulawski (1940-2016) rientra in quel novero di autori cinematografici le cui opere si possono amare od odiare, senza mezze misure. Il suo cinema è comparabile, per esempio, a quello del danese Lars Von Trier o del cileno Alejandro Jodorowsky, perché anch’esso può generare estasi suprema o ribrezzo totale. Gli esegeti francesi, patria nella quale il regista polacco aveva trovato un luogo in cui poteva manifestare liberamente le proprie idee registiche, avevano coniato il termine di Zulawskienne, cioè “sopra le righe”. In effetti, il suo piglio cinematografico valica gli usuali solchi lineari, tracimando e andando oltre. Concretamente, peculiarità del suo cinema è l’essere survoltato, nevrotico e mordace, sia sul piano della story e sia su quello prettamente visivo. L’impatto visuale, creato con fendenti carrellate (avanti/indietro o laterali) o concitati movimenti di macchina, amplifica quel turbamento insito nell’intreccio delle sue sceneggiature che, attraverso differenti personaggi borderline, sono sempre sul crinale della follia. L’idiosincrasia che può sorgere post visione (o sovente già durante), scaturisce nel come Zulawski mischi la cultura erudita al basso istinto, creando opere bizzarre che spesse volte lambiscono il ridicolo (involontario).

La sciamana (Szamanka, 1996), suo undicesimo lungometraggio, segnava in modo esplosivo il ritorno di Zulawski in Polonia dopo quasi vent’anni di auto esilio. Questo suo rientro al fulmicotone è ben sintetizzato in una delle sequenze finali, quando l’ogiva trafugata viene aperta e spande la sua deflagrazione travolgendo Varsavia, una (delle) sineddoche della città/società della Polonia Post-Comunista. Pellicola presentata fuori concorso alla 53º edizione della Mostra di Venezia, la quale proiezione fu interrotta dopo tre quarti d’ora per un problema tecnico, La sciamana ebbe un enorme successo in patria, seppure fosse stata osteggiata ed esclusa dai finanziamenti statali e gli furono lanciati strali da parte della chiesa cattolica. Alla presentazione, molti notarono una marcata prossimità con Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, soprattutto per la prima scena di sesso “animalesco” tra i due protagonisti (che, per inciso, si svolge in una fatiscente stanza in cui il mobilio è coperto da delle lenzuola). Benché fosse stata l’unica pellicola non sceneggiata dal regista medesimo, ma dall’esordiente scrittrice e attivista femminista Manuela Gretkowska, in quest’opera veemente, sempre in bilico tra la ferma autorialità e il ridicolo involontario, si possono incontrare i tipici topoi zulawskiani.

La sciamana si apre con una tagliente carrellata veloce laterale, che già evidenzia l’indole della story e della stessa protagonista. Un fulmineo “fendente” tecnico che, ugualmente, descrive come la convulsa narrazione sarà un’interrotta serie di sferzanti “coltellate” contro la Polonia post-comunista. Il pubblico polacco era accorso a frotte per guardare questa torrida storia sessuale, ma non tutti gli spettatori avevano recepito che dietro questa liaison pornographique c’era una caustica disamina sulla Polonia dopo la caduta della cortina di ferro. I due personaggi si muovono in una Varsavia grigia, sporca e indolente, che ancora porta i segni del capitalismo comunista (l’immenso impianto siderurgico) e, maggiormente, i simboli cattolici (icone, croci, monumenti). Ecco, questo undicesimo assalto cinematografico di Zulawski è rivolto soprattutto contro la chiesa che vige e domina una società ipocrita, come attestano le scene in cui il Primario psichiatrico o il capo operaio Marcin s’inginocchiano davanti a un simbolo religioso per cercare una salvifica risposta. Oppure, quando alcuni astanti soccorrono un invalido fatto cadere rovinosamente dalla protagonista Wloszka, non sapendo che pochi attimi prima gli aveva fatto delle oscene proposte sessuali. La religione cattolica viene anche criticata e derisa attraverso il personaggio del fratello di Michal, prete che si suicida perché, quando scopre la propria omosessualità, non ritiene di essere degno di vestire gli abiti sacri. I vorticosi e selvaggi amplessi in cui si cimentano i due protagonisti, che formano anche una carnale croce, sono alla fine solamente un modo per fuggire da quella realtà e sentirsi vivi; furiose scopate che rappresentano uno sfogo primitivo e violento. Il ritrovamento del corpo mummificato dello sciamano, che non è stato intaccato minimamente dal passare delle ere geologiche (finanche quelle del cattolicesimo e del comunismo), è la prova che ha vissuto liberamente la sua vita ed è morto dopo un piacevole orgasmo con una donna, che lo ha poi ucciso. Michal, quando comprende che non potrà raggiungere quella stessa leggerezza vitale dello sciamano, lentamente si degrada (va a pulire i treni) e alla fine decide d’indossare l’abito talare del fratello, come se fosse il simbolo del suo fallimento, anche per come ironicamente rivela a Wloszka. Nel rappresentare tutto ciò, con una colonna sonora che affianca musica martellante ad austere composizioni, Zulawski non evita i suoi cliché bizzarri e sopra le righe che, appunto, fanno oscillare La sciamana verso il ridicolo involontario. I plastici amplessi dei due amanti o il rapporto sessuale tra Wloszka e il suo fidanzatino medico (sbrigato su una lettiga d’ospedale); la danza rituale di Michal con i suoi collaboratori intorno al corpo dello sciamano; il risveglio mistico del medesimo sciamano che confida a Michal la sua vita, sono solamente alcuni pezzi stravaganti che compongono questo grottesco ritratto della società polacca.

Roberto Baldassarre

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