(Re)Visioni Clandestine #12: Fantozzi

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Fantozzi Ragionier Ugo, matricola 1001/bis

Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura
di chi vive in quella sezione della vita
attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi)
passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone.
Molti ne vengono fuori con onore,
molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta,
molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte.
Fantozzi è uno di questi.”
(Paolo Villaggio, nella premessa a Fantozzi)

A metà degli anni Settanta la commedia all’italiana stava lentamente morendo. Le ultime commedie, specchio della realtà italiana, erano plumbee, amare e pessimiste; nel peggiore dei casi bolse, per una pesantezza nel raccontare la società. Ettore Scola gli aveva reso omaggio attraverso un’affettuosa elegia con C’eravamo tanto amati (1974), e con La terrazza (1980) la seppellirà definitivamente. Dino Risi non aveva più quella sferzante sintesi ironica che aveva avuto negli anni Sessanta, e negli anni Settanta soleva cimentarsi maggiormente con pellicole di carattere drammatico e/o letterario. Mario Monicelli ancora qualche colpo riusciva ad assestarlo, soprattutto con la sua opera più nota e di successo della decade, cioè Amici miei (1975), una commedia di uomini maturi anagraficamente, ma affetti da infantilismo aggravato. In questo cult la società italiana erano solo uno sfondo, non analizzati con particolarissima dovizia. Ma ecco che in quel fatidico 1975 appare la pellicola che maggiormente riesce a descrivere la società italiana con ferocia e ironia degne di molte opere del decennio precedente. Il demenziale Fantozzi di Luciano Salce, uscito il 27 marzo 1975, dietro l’ampia e sfavillante comicità cela uno spietato apologo sulla società italiana.

Pellicola tratta da alcuni racconti contenuti nei best sellers “Fantozzi” (1971) e “Il secondo tragico Fantozzi” (1974), come ha scritto l’autore nella premessa al suo libro, Ugo Fantozzi è una sineddoche (iper)fantasiosa che attinge dalle figure di molti poveri e tragici diavoli della vita reale, e che sempre ci saranno (come poi insegnerà nel 1986 lo scult Superfantozzi di Neri Parenti). L’adattamento cinematografico, scritto da Leo Benvenuti, Piero de Bernardi, Luciano Salce e Paolo Villaggio, segue quell’umorismo assurdo e torvo tracciato nei racconti, però lo ancorano maggiormente alla realtà quotidiana, soprattutto a livello urbano. La società in cui si muove e (soprav)vive il Rag. Ugo Fantozzi è vera e tangibile, e su questo sfondo reale, di cui sono stati colti intenzionalmente solo gli aspetti brutti, si erge questa comicità spiccatamente grottesca. Un umorismo che si palesa sempre attraverso le iperboli (verbali e corporali) del protagonista. Lo stesso Paolo Villaggio ha detto che la sua comicità si rifà volutamente (da leggere con accento fantozziano) ai cartoni animati. Ugo Fantozzi è un personaggio di carne e ossa (e ipocrisia), però ha l’elasticità di un pupazzo dei cartoon. Subisce dolorose offese fisiche, ma già nella sequenza successiva è nuovamente pimpante. Basti pensare, per esempio, alla mano schiacciata e frantumata dentro la portiera dell’auto, oppure il pollice martellato da Filini. Non a caso una delle storpiature del suo cognome sarà Fantocci (già da Il secondo tragico Fantozzi, 1976), mentre in Fantozzi contro tutti (1980) di Neri Parenti e Paolo Villaggio, verrà addirittura apostrofato come Pupazzi.

La comicità, oltre ad essere enfatizzata oltre gli standard reali, è anche irriverente o greve (aspetto che apparirà maggiormente nel terzo capitolo). Persino il numero di matricola del Rag. Ugo Fantozzi (matricola 1001/bis), disumanizzazione fatta dai capi dell’azienda, è una rievocazione di quei numeri indelebili stampati sul braccio dei deportati nei campi di concentramento, riprova di quest’umorismo duro che non esclude nessuna satira. Intorno al Ragioniere si muovono anche altre figure, che sono in bilico tra la demenzialità (sono caricature molto caricate) e la tragicità (rappresentano purtroppo la mediocrità che impesta la società). Personaggi come Filini (Gigi Reder), la signorina Silvani (Anna Mazzamauro), Calboni (Giuseppe Anatrelli), oppure la babbuina… cioè la bambina Mariangela (Plinio Fernando), sono deformazioni mostruose entrate nell’immaginario collettivo. Mentre verso la signora Pina (prima Liù Bosisio e poi Milena Vukotic), si prova solo affetto, venendo schiacciata e schifata da Fantozzi (debole con i forti, forte con i deboli). La funzionalità cinematografica di Fantozzi, però, risiede anche nella composizione di lacerti (già presente nei libri), in cui il personaggio/fantoccio si ritrova, ogni volta, in differenti (dis)avventure. Alcune di esse, separandole, potrebbero essere delle perfette comiche a se stanti (ad esempio la partita a pallone tra scapoli e ammogliati, o l’autobus preso al volo).

Al di là dei giusti meriti conseguiti, purtroppo Fantozzi ha anche un tremendo aspetto negativo, riguardante Paolo Villaggio. Gli ha dato immensa gloria, prima a livello editoriale e poi anche in quello filmico, ma allo stesso tempo l’ha ingabbiato. Oltre a dover riprendere il personaggio in ben altre nove pellicole (sempre più mediocri), dall’altro la figura di Fantozzi (linguaggio e movenze) l’ha anche infettato per altre interpretazioni. Tralasciando il personaggio di Fracchia, variante diretta del Ragioniere, o altri filmetti comici, anche quando Villaggio ha avuto la possibilità di interpretare personaggi con accenti più drammatici, come ad esempio il compassato Orazio nell’episodio Amore cieco di Sogni e bisogni (1985) di Sergio Citti, o Ugo Maria Volpone in Il volpone (1988) di Maurizio Ponzi, o il Prefetto Gonnella in La voce della luna (1990) di Federico Fellini, il suo timbro vocale e alcune sue espressioni facciali sono purtroppo rimaste di matrice fantozziana. Triste conferma di come Villaggio non sia riuscito mai a togliersi questa “maschera”, e probabilmente solo in Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller è possibile apprezzare un Villaggio scevro di fantozzismo.

Roberto Baldassarre

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