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The Whale

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VOTO: 7

Quando il sole tornerà

Darren Aronofsky non è mai stato un regista prolifico con la smania di fare film a tutti i costi e con una certa continuità. Questo perché probabilmente alla quantità ha sempre preferito la qualità e, salvo un paio di passi falsi come quelli registrati con Noah o The Fountain, i risultati gli hanno dato ragione. Lo dimostra una filmografia che ad oggi può contare su soli otto titoli distribuiti produttivamente parlando nell’arco di ventiquattro anni. Tanti sono quelli che separano il folgorante esordio con π – Il teorema del delirio dalla sua ultima fatica dietro la macchina da presa, The Whale, presentata in concorso alla 79ª edizione della Mostra internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia e in uscita nelle sale italiane con I Wonder Pictures a partire dal 23 febbraio 2023, che gli è valsa tre candidature agli Oscar, tra cui quella meritatissima andata al redivivo Brendan Fraser come migliore attore protagonista.
È lui, riemerso dalle sabbie mobili di un declino esistenziale e artistico che lo aveva inghiottito nel 2010, il valore aggiunto del film che il cineasta newyorchese ha sceneggiato e basato sull’opera teatrale omonima di Samuel D.Hunter. Fraser si è fatto letteralmente carico del peso fisico in termini di mole e di quello psicologico del personaggio che Aronofsky, con coraggio e una grandissima intuizione, ha deciso di affidargli, spinto probabilmente dal desiderio di riscatto dell’attore di origini canadesi. Quest’ultimo ha contraccambiato la fiducia regalando a se stesso, al pubblico e a chi gli ha dato questa opportunità di rinascita professionale e umana, con un’interpretazione da brividi, emozionante, sentita, dolorosa, che come in un termometro sale e scende d’intensità a livello febbrile sino a sfiorare e schiaffeggiare le corde del cuore. Difficilissimo per chi sta dall’altra parte dello schermo restare impassibili al cospetto di una performance che ha richiesto un grado di immedesimazione elevatissimo e una radicale trasformazione corporea, che speriamo vivamente che possa essere premiata con l’ambita statuetta. In The Whale veste i panni del solitario insegnante inglese affetto da una grave forma di obesità che cerca di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente, con la quale ha perso i contatti, per un’ultima possibilità di redenzione. Il suo nome è Charlie, un professore universitario di oltre 250 chili oramai recluso in casa: le sue lezioni avvengono esclusivamente online con la telecamera sempre spenta ed ha quasi completamente perso rapporti con il mondo esterno. L’unica eccezione è Liz, amica infermiera che gli tiene compagnia e lo aiuta con le poche medicazioni che accetta. Dopo un grave malore e una diagnosi che suggerisce quanto poco gli resta, decide di riallacciare i rapporti con Ellie, la figlia adolescente che non vede da moltissimi anni. L’incursione di Thomas, giovane membro della chiesa New Life, e la ritrovata presenza della figlia nella sua vita sarà l’occasione per scavare nei ricordi e nei traumi di Charlie.
Fraser sposta gli equilibri dell’opera, trasformando la performance, senza alcun dubbio la migliore della sua carriera, nella benzina che la alimenta, aiutato da spalle di grande valore come Hong Chau e Sadie Sink, rispettivamente nei ruoli altrettanto complessi e delicati dell’infermiera e della figlia, alla quale si va ad aggiungere anche l’irruzione in scena di Samantha Morton in quello dell’ex moglie. Interpretazioni le loro potentissime, che una volta combinate rendono la sola ambientazione a disposizione, ossia la casa dove si è auto-recluso Charlie, un palcoscenico dove dare una forma cinematografica alla matrice di partenza. Purtroppo, proprio a causa di questa natura primigenia, l’adattamento non riuscirà a scrollarsi di dosso il DNA originale, dando l’impressione di essere un teatro filmato di altissima qualità all’interno di una scatola che sono le quattro mura dell’appartamento. Una gabbia se vuoi che Aronofsky, a differenza di Roman Polański con Carnage dalla pièce Il dio del massacro di Yasmina Reza, non è riuscito a scardinare. Ne fa appunto un palcoscenico dove rimettere in scena il testo più o meno fedelmente attraverso un kammerspiel che si fa contenitore di temi cari a lui e al suo cinema, a cominciare dalla redenzione e dai legami affettivi da ricucire dopo essere stati lacerati dagli eventi. Il ché fa di The Whale un’occasione per approfondirli dopo averli già affrontati di petto in The Wrestler.

Francesco Del Grosso

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