In un mondo destinato a svanire
Cosa significa dover lasciare per sempre il luogo in cui si è nati e cresciuti a causa di inopportune “pressioni” dall’esterno? Cosa significa vedere il proprio mondo svanire pian piano in un contesto in cui nessuno sembra dare valore a ciò che un tempo è stato? I registi Tizza Covi e Rainer Frimmel hanno sovente messo in scena nelle loro opere – siano esse documentari, film di finzione o prodotti che si situano a metà strada tra queste due forme – realtà che rischiano presto o tardi di svanire per sempre. E così, anche in The Loneliest Man in Town, presentato in anteprima mondiale in corsa per l’Orso d’Oro alla 76esima edizione del Festival di Berlino, ci troviamo di fronte a una realtà del genere. Una realtà indubbiamente affascinante di cui in pochi, tuttavia, sembrano riuscire ancora ad apprezzarne il valore.
La storia messa in scena in The Loneliest Man in Town è quella del musicista viennese Alois Koch (in arte Al Cook), da sempre appassionato di musica blues e che per tutta una vita si è sentito “limitato” da un contesto, quello della capitale austriaca, da lui considerato ancora troppo chiuso di mente. Sebbene, dunque, egli abbia sempre sognato di avere successo, un giorno, negli Stati Uniti, non sembra affatto intenzionato a voler lasciare l’appartamento in cui è nato e cresciuto. Nemmeno quando un’agenzia immobiliare è intenzionata a demolire l’immobile. Ma cosa accadrebbe se, un giorno, egli fosse davvero costretto ad andarsene?
Al vive non solo di ricordi (continuando a mettere fiori davanti alla foto di sua moglie defunta o guardando VHS con vecchie interviste di quando era giovane), ma anche di cultura, leggendo sovente libri incentrati sulla storia della musica blues e ascoltando vecchi dischi. E con tutti i suoi oggetti considerati quasi pezzi d’antiquariato, il suo appartamento che mai è stato ristrutturato nel corso degli anni e il suo mitico cellulare Nokia, egli è considerato quasi una mosca bianca all’interno di una città sempre più cosmopolita e all’avanguardia.
Come ben possiamo immaginare, dunque, in The Loneliest Man in Town è innanzitutto una profonda malinconia ad accompagnarci dall’inizio alla fine. Malinconia, però, che ben si sposa con un’arguta ironia di fondo, in grado di strapparci sovente risate di gusto, grazie a singolari personaggi che, di quando in quando, entrano (anche se solo per poco tempo) a far parte della vita di Al (esilarante, a tal proposito, uno “scagnozzo” della suddetta agenzia immobiliare, pronto a fare di tutto affinché il protagonista decida finalmente di lasciare l’appartamento), e a situazioni praticamente al limite del paradossale.
Tizza Covi e Rainer Frimmel, dal canto loro, hanno optato, come sovente nella loro filmografia, per una messa in scena che vede in un forte realismo (grazie anche alla scelta di attori non professionisti, come lo stesso Al, che praticamente interpreta il ruolo di sé stesso) il proprio, potente cavallo di battaglia, con tanto di inquadrature studiate fin nel minimo dettaglio, che stanno ogni volta a dare particolare valore a ogni oggetto (come può essere un vecchio televisore, un paio di scarpe o un antico giradischi). Il risultato finale, dunque, è un prodotto estremamente raffinato, intensissimo nella caratterizzazione di un mondo (e di un personaggio, naturalmente) che sembra quasi appartenere a un’altra epoca. E all’interno di un già di per sé ricco e variegato concorso berlinese, il presente lungometraggio non ha nulla da invidiare a quanto realizzato, nel frattempo, nel resto del mondo, ma, al contrario, si fa onore come poche altre opere hanno saputo fare.
Marina Pavido







