Qui rido io

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Il teatro sopra ogni cosa

Mario Martone torna, dopo Il sindaco del Rione Sanità, in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e questa volta lo fa con un’opera in cui ancora più profondamente cinema e teatro si sfiorano e intrecciano fino a fondersi, coerentemente con la storia che ha scelto di raccontare.
Qui rido io prende il via da un filmato in bianco e nero del 1898 di Louis e Auguste Lumière, il cinematografo era stato brevettato appena quattro anni prima rispetto a queste riprese e il capoluogo campano fu l’unica città italiana ad essere immortalata dai fratelli (scene di vita quotidiana presso il quartiere di Santa Lucia, via Marina, via Toledo e il Porto), probabilmente sull’onda delle suggestioni goethiane. Gli inizi del Novecento sono pieni di quel fervore portato dall’onda della rivoluzione industriale e «nella Napoli della Belle Époque, splendono i teatri e il cinematografo. Il grande attore comico Eduardo Scarpetta (un impeccabile Toni Servillo, nda) è il re del botteghino. Di umili origini, si è affermato grazie alle sue commedie e alla maschera di Felice Sciosciammocca. Il teatro è la sua vita e attorno a questo gravita anche tutta la sua singolare famiglia, composta da mogli, compagne, amanti, figli legittimi e illegittimi, tra cui Titina, Eduardo e Peppino De Filippo» (dalla sinossi ufficiale).
Subito dopo l’entrée con questo omaggio cinefilo e alla vitalità partenopea del tempo, il regista ci porta in Teatro, non solo sul palco, ma ancor più dietro le quinte, inquadrando volutamente chi è in attesa del ‘chi è di scena’ e colui che ha dato il via a una stirpe teatrale, muoversi come se fosse il suo habitat naturale, o meglio, il ‘padrone’ (nell’accezione di padronanza) di quelle pareti. Fotogramma dopo fotogramma, anche chi non è appassionato di teatro, non può che essere catturato da ciò che sta osservando: dal meccanismo di far sentire l’atto del bussare alla porta col servo di scena che usa il martello alle corde con quei nodi che ricordano quelli navali, reggendo la struttura e le scene di turno – quindi tutto ciò che c’è appunto dietro – fino a chi sta recitando. Se prima c’era il Pulcinella di Petito, ora la gente deve continuare a sbellicarsi dalle risate con la maschera di Felice Sciosciammocca: questa era l’intenzione dell’artista. Letteralmente, in napoletano, significa colui che sta a bocca aperta cioè una persona che si meraviglia di tutto, tanto credulona. «[Sciosciammocca] maschera del piccolo borghese povero ma ambizioso, con il quale [Scarpetta] ha scalzato e spodestato Pulcinella, per realizzare un teatro adeguato a un pubblico che ‘voleva ridere’ ma vedere attori e non maschere sul palcoscenico, attori ben vestiti che recitassero e non improvvisassero … La comicità deve nascere dall’ambiente, dalla situazione scenica, dal personaggio … Ma io credo di aver avuto le mie buone ragioni di averla cercata soprattutto nella borghesia dove essa zampilla più limpida e copiosa. La plebe napoletana è troppo misera, troppo squallida, troppo cenciosa per poter comparire ai lumi della ribalta e muovere il riso» (da E. Scarpetta, “Cinquant’anni di palcoscenico”, Napoli, 1922, pp. 260 sgg.).
Non è un caso che la compagnia vada in scena con “Miseria e nobiltà”, dove i sottotesti e i collegamenti con la vita vera sono tanti. C’è un punto, in particolare, che Martone ha voluto toccare, anzi, come ha dichiarato lo stesso nel corso della conferenza stampa, è stato lo spunto per raccontare questa storia e, chi ha visto Il sindaco del Rione Sanità, coglierà un filo che li unisce. «La paternità negata è stata la scintilla del mio film, ho cominciato a pensarci da Il sindaco del Rione Sanità. Io e la sceneggiatrice Ippolita di Majo abbiamo capito subito che nella vita di Scarpetta ci fosse un mistero da affrontare. Volevamo raccontare questa straordinaria famiglia tribù che ruota attorno a un genio del teatro che è anche un patriarca amorale, spinto da una grande fame di riscatto e di rivalsa. Scarpetta è una figura quasi mitologica, primordiale, scaturisce da un uomo che aveva figli con la moglie, con la nipote della moglie e con sua sorella. È un uomo che fa studiare tutti, maschi e femmine, tutti diventano attori e nel caso di Eduardo De Filippo un genio del teatro. Volevamo portare sullo schermo un romanzo corale, ce lo siamo immaginati come una commedia, abbiamo pensato al teatro di De Filippo mentre scrivevamo, un teatro che riesce a tenere tutto ciò che è dolore dentro lo schema della commedia».
Possiamo solo immaginare quale dolore si portassero dentro Eduardo e i suoi fratelli, «Per tutta la vita il grande Eduardo De Filippo non volle mai parlare di Scarpetta come padre ma solo come autore teatrale. Quando suo fratello Peppino lo ritrasse spietatamente in un libro autobiografico, Eduardo gli levò il saluto per sempre. Venne intervistato poco tempo prima di morire da un amico scrittore: “Ormai siamo vecchi, è il momento di poterne parlare: Scarpetta era un padre severo o un padre cattivo?”. La risposta fu ancora sempre e solo questa: “Era un grande attore”. Qui rido io è l’immaginario romanzo di Eduardo Scarpetta e della sua tribù» (dalle note registiche).
In questa prospettiva, Toni Servillo lo si vede a proprio agio avendo cominciato mangiando la polvere del palcoscenico e masticandola ancora e ancora, oltre ad avere insita in sé una napoletanità più unica che rara. Al contempo, adeguandosi all’epoca, gioca con l’arte della recitazione nell’accentuare gestualità e alcune movenze. Non si riesce a immaginare un altro attore che potesse dar volto a Scarpetta, ne indossa la maschera con la consapevolezza di cosa stia ‘maneggiando’ (emblematica, per quanto apparentemente semplice, è l’immagine allo specchio in camerino). «Ho immaginato Scarpetta come un animale cacciatore, che aveva una brama di vivere incredibile. Le sue prede sono le donne, il teatro, le città, i testi. Lui e i suoi personaggi si mischiano costantemente, abbiamo realizzato un affresco straordinario che ci dimostra di quanta vita è fatto il teatro e quanta vita ci sia nel teatro. È stata un’occasione per poter raccontare un attore che fa il suo mestiere celebrando la vita, nel film coincidono le nascite e i debutti, i successi e gli insuccessi, le invidie e l’ammirazione, in un grande prisma che è il flusso della vita stessa. Scarpetta è un attore che celebra la vita», ha dichiarato l’interprete che ben conosce quel mondo anche se non l’ha vissuto direttamente e proprio per questo riesce a restituirne lo spirito: l’esistenza di un attore per cui il Teatro viene prima di tutto, anche di una carezza a un figlio e in cui la vita vera entrano in maniera preponderante in quella scenica (a volte prepotente, altre con delicatezza come se fosse – appunto – un gioco). Stando in quinta si ritorna bambini immedesimandosi in colui che segnerà la storia del teatro, ma il cui innamoramento è nato tutto lì, spiando, osservando e imparando a memoria – come se fosse la cosa più naturale possibile – le battute.
Nel 1904, al culmine del successo, Scarpetta si imbarca in un’impresa che si rivelerà un azzardo: «realizza la parodia de “La figlia di Iorio”, tragedia del più grande poeta italiano del tempo, Gabriele D’Annunzio. La sera del debutto in teatro si scatena un putiferio: la commedia viene interrotta tra urla e fischi e Scarpetta finisce con l’essere denunciato per plagio dallo stesso D’Annunzio (un irriconoscibile – per il trucco – Paolo Pierobn, che ci fa toccare con mano quanto si sia calato nei panni del ‘vate’). Inizia così la prima storica causa sul diritto d’autore in Italia. Gli anni del processo saranno logoranti per lui e per tutta la sua famiglia… sembra andare in frantumi, ma con un numero da grande attore riesce a sfidare il destino». Un aspetto determinante nella vita dell’attore partenopeo così come in qualsiasi commedia umana che si rispetti è rappresentato dalle donne: ognuna di loro ha un ruolo per cui si fa una mossa sulla scacchiera. Questo rende il lungometraggio, a suo modo, corale per quanto il protagonista sia Scarpetta, perciò ci sembra doveroso nominare il cast di grande qualità: Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta (incarna il figlio Vincenzo), Roberto De Francesco, Gianfelice Imparato, Iaia Forte, Roberto Caccioppoli, Greta Esposito, Nello Mascia e Gigio Morra.
Non deve esser stato semplice costruirsi un proprio percorso, amare il teatro senza soluzione di continuità, dopo che il proprio padre non ti ha riconosciuto come figlio legittimo. Tutto questo Martone ce lo fa intuire, sarebbe quasi un’altra storia. Ciò che viviamo è come Scarpetta arrivi a difendersi davanti alla corte (dopo una riflessione sulle parole parodia e contraffazione fatta da Benedetto Croce/Lino Musella con l’intento di sottolineare quanto le parole – e le sfumature ad esse annesse – siano fondamentali e tocca all’artista veicolarle nel modo migliore) con l’arma che gli è più congeniale: essere attore, recitando, forse, il pezzo più determinante della propria carriera.
«La rivoluzione che Scarpetta operò nel teatro napoletano, intesa come recitazione, repertorio e messa in scena, lasciò tracce profonde anche nello spirito, nel comportamento e nel costume degli attori. I teatranti cominciavano ad acquistare una coscienza professionale che, giammai prima di allora, si erano sognati di possedere» ha dichiarato E. De Filippo. Ecco nel film di Martone si percepisce tutto questo, ma nei meandri, perché si vuole dare spazio all’uomo-attore-autore.
Qui rido io, in Concorso a Venezia 78°, è nelle nostre sale (in più di 200 e questo è un segnale essenziale a cui non si può non rispondere recandosi al cinema) dal 9 settembre.

Maria Lucia Tangorra

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