Qualcosa di troppo

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5.0 Awesome
  • voto 5

Quant’è difficile essere donna!

Cosa si proverebbe a vivere, per un breve periodo, in un corpo dell’altro sesso? In che modo cambierebbe la nostra vita, dopo un naturale spaesamento iniziale? Le incolmabili differenze – con tanto di relativi stereotipi – tra l’universo maschile e quello femminile è un argomento su cui si continua a discutere praticamente da sempre, ma al quale, a quanto pare, non si è mai riusciti a trovare una quantomeno convincente soluzione. Anche al cinema, ovviamente, nel corso degli anni, si è tentato più volte di dare una risposta in merito. Non possiamo non pensare, ad esempio, a due grandissimi Jack Lemmon e Tony Curtis travestiti da giovani musiciste, al fine di sfuggire ad una banda di malviventi, in A qualcuno piace caldo di Billy Wilder (1959). Così come è facile che salti alla mente una scatenata Julie Andrews intenta ad esibirsi nei night clubs travestita da uomo in Victor Victoria di Blake Edwards (1982). Volendo fare un salto un po’ più in avanti nel tempo, ecco che anche Mel Gibson ha tentato di comprendere l’universo femminile – senza necessariamente vivere nel corpo di una donna, bensì riuscendo ad ascoltare i pensieri di tutte le donne a lui fisicamente vicine – nella commediola What Women Want (2000), diretta da Nancy Meyers. Anche l’Italia, dal canto suo, ha voluto dire la propria in merito: proprio in questi giorni, infatti, è in sala Moglie e marito, commedia diretta da Simone Godano dove la coppia Pierfrancesco Favino/Kasia Smutniak si ritrova, improvvisamente, l’una nei panni dell’altro. Chi mancava all’appello, dunque, se non proprio la Francia, la patria del Cinema, nel raccontarci la propria “versione dei fatti”? L’attesa, come poteva ben essere immaginato, non è durata molto. Ed ecco che, dopo il successo di 11 donne a Parigi, l’attrice Audrey Dana ha deciso nuovamente di cimentarsi dietro la macchina da presa con la sua opera seconda, Qualcosa di troppo, lungometraggio da lei ideato, scritto, diretto e persino interpretato. Una storia, dunque, che la giovane cineasta voleva proprio raccontare a tutti i costi. Ma cosa avrà mai di tanto speciale?
La situazione da cui l’intera vicenda prende spunto è praticamente al limite dell’ordinario: Jeanne è una donna in carriera fresca di divorzio con due figli piccoli, che vede una settimana sì ed una no, ed innamorata di un collega sposato e donnaiolo. In seguito ad un temporale notturno, la donna si risveglia nel suo solito corpo, ma con un organo sessuale maschile. Nessuno saprà dare una risposta in merito, nemmeno il suo ginecologo. Superato il trauma, però, Jeanne imparerà presto a prendere il meglio da ciò che le è capitato e pian piano inizierà anche ad acquistare maggiore fiducia in sé stessa.
Una commedia senza apparentemente troppe pretese, questa della Dana. Senza voler a tutti i costi proclamare una tesi in merito. Oppure no? Il fatto è che Qualcosa di troppo solleva inizialmente un vero e proprio polverone, o, meglio, tenta di sollevarlo, senza però riuscire, nel corso della narrazione, a reggere la portata di ciò di cui si vuole inizialmente parlare. Ed ecco che una serie di luoghi comuni e banalità – conditi da qualche gag ben riuscita di quando in quando – diventano protagonisti assoluti della pellicola, senza mai giungere ad un’appropriata conclusione. Stesso discorso vale per il tema delle discriminazioni nei confronti delle donne sul posto di lavoro: argomento tirato in ballo fin da subito (con tre macchiette nel ruolo dei colleghi maschilisti), ma che poi viene lasciato in sospeso e mai più ripreso. Ciò che qui la regista fa è, dunque, cercare a tutti i costi un lieto fine, senza se e senza ma, dove o è tutto bianco o tutto nero, ma dove non vi è un reale “antagonista”. A tal proposito, persino il collega fedifrago viene, in modo assai macchinoso e poco convincente, completamente scagionato dalle iniziali accuse.
Dall’altro canto, però, non mancano, fortunatamente, elementi interessanti come la figura del ginecologo – un moderato, mai sopra le righe, ma carismatico Christian Clavier – o la scena in cui vediamo la protagonista aggirarsi, in abiti maschili, per le strade di notte, tentando di imitare i gesti di tutti gli uomini che le capita di incontrare: è questo, forse, l’unico, vero momento di cinema vero e proprio. Un momento in cui sono i gesti e le immagini, rigorosamente in ralenti, a fare da protagonisti e dove la bravura della Dana attrice viene fuori tutta. Tutto il resto è pura banalità. Una modesta – garbata e mai volgare, quello sì, ma, si sa, c’est la France! – commediola che pretende di essere più di quello che è, ma che, trascorsi i novantotto minuti di durata, non è destinata, di fatto, a lasciare dietro di sé alcuna traccia. Tanto rumore per nulla, insomma.

Marina Pavido

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