Home In sala Archivio in sala Una settimana e un giorno

Una settimana e un giorno

41
0
VOTO: 6.5

Piccola sorpresa direttamente da Israele

La malattia. La morte. Il lutto. Il diritto di ricominciare a vivere. Il ricordo di ciò che è stato. Non è facile mettere in scena il dramma di chi ha perso un figlio, così come ancor più difficile è raccontare i giorni che seguono la perdita. Se poi si cerca di mettere in scena il tutto con toni da commedia, ecco che il gioco si fa ancor più difficile. Difficile, sì. Ma non impossibile. Ed ecco che un lungometraggio come Una settimana e un giorno – diretto dal giovane regista israeliano Asaph Polonsky – fa capolino nientepopodimeno che alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2016. Ora, dal momento che la cinematografia israeliana ci ha regalato, spesso e volentieri, piacevoli sorprese, le premesse per la visione di un buon lungometraggio ci sono tutte. E infatti, malgrado la giovane età (fattore, se vogliamo, assolutamente irrilevante), malgrado la poca esperienza, Polonsky ha indubbiamente dimostrato – al di là di ogni qualsivoglia imperfezione – un notevole talento registico. Ma andiamo per gradi.
Secondo la tradizione ebraica, la Shiv’ah è la settimana di osservanza del lutto immediatamente dopo la morte di qualcuno. Ed è proprio durante l’ultimo giorno di Shiv’ah che facciamo la conoscenza di Eyal e Vicky, una coppia di mezza età che ha appena perso il figlio venticinquenne in seguito ad una grave malattia. La donna cercherà di tornare alla vita di tutti i giorni buttandosi a capofitto nel lavoro e nelle faccende di casa. Per quanto riguarda Eyal, padre del ragazzo, ci saranno in serbo ben altre vie per tornare a vivere. Prima fra tutte: una nuova, inaspettata amicizia con il figlio dei vicini di casa.
L’impressione che abbiamo, fin dai primi minuti di visione, è che – dal punto di vista dello script in sé – il regista stesso non avesse bene in mente cosa fare e che taglio dare al tutto. E infatti il lungometraggio stesso risulta quasi fratturato in due: durante la prima parte appare giocoso, quasi un puro divertissement senza una necessaria ed approfondita analisi introspettiva nei personaggi. Improvvisamente, però, ecco che il prodotto sembra prendere un’altra piega: ci troviamo ora in un mondo sì allegro, ma anche terribilmente duro, un mondo dove le risate lasciano il posto alla tenerezza, alla malinconia ed alla consapevolezza. Frattura, questa, che può anche essere interpretata come la frattura interna dei protagonisti, la netta divisione tra la loro vita passata e l’inizio della loro vita futura. E, inutile dirlo, nella seconda parte anche la qualità del film migliora non poco, regalandoci momenti di grande potenza visiva – come la scena in cui Eyal gioca in ospedale con il vicino di casa ed una bambina, figlia di una paziente, ed il toccante momento in cui un uomo, al cimitero, pronuncia il suo discorso in occasione del funerale della sorella, con le immagini dell’uomo stesso durante i suoi momenti di sconforto in seguito alla perdita. Momenti, questi, che ci fanno perdonare le imperfezioni riguardanti in particolare la prima parte del lungometraggio e ci fanno affezionare anche ai personaggi meno riusciti – come, ad esempio, lo stesso vicino di casa, eccessivamente caricato.
Ed ecco che, ancora una volta, la cinematografia israeliana è riuscita, in un modo o nell’altro, a sorprenderci. E soprattutto, dato il precoce talento, chissà quante altre belle sorprese avrà in serbo per noi il giovane Asaph Polonsky.

Marina Pavido

Articolo precedenteQualcosa di troppo
Articolo successivoSong to Song

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here

undici − undici =