Il manifesto definitivo sulla censura sistematica
Che la saga di My Undesirable Friends, inaugurata con Last Air in Moscow al New York Film Festival 2024, rappresenti, ora più che mai, un documento di insindacabile attualità, è dovuto tanto a un’innata intuizione documentaristica quanto, purtroppo, al tragico stato di salute della democrazia. Eppure inizialmente non era questo l’obiettivo della sua regista, la straordinaria Julia Loktev, che quando si è imbarcata nel progetto sperava solo di catturare la passione e il coraggio delle giornaliste di TV Rain, una delle ultime realtà di informazione televisiva indipendente della Russia, che si battono per far aprire gli occhi al paese che amano: che Putin abbia effettivamente invaso l’Ucraina pochi mesi dopo l’inizio delle riprese, catapultando queste donne in una spirale di caos e paranoia, è una coincidenza miracolosa che ha contribuito ad elevare quest’opera antologica a livelli distopici di urgenza. È diventato subito chiaro che non si sarebbe tornati più indietro, ed è proprio su questa base di rinnovata consapevolezza che Loktev prosegue a catturare la storia in tempo reale con Exile, il secondo capitolo presentato fuori concorso all’83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Immaginate di perdere il lavoro da un giorno all’altro perché il governo ordina di cessare ogni attività. Immaginate anche di dover fuggire dalla vostra casa con poche ore di tempo a disposizione per organizzarvi, consapevoli che non potrete farvi ritorno per lungo tempo (e che il pensiero del visto rappresenta un’ulteriore preoccupazione). È esattamente in questa situazione che avevamo lasciato le protagoniste di questa storia, congelate nel tempo al 24 febbraio del 2022 assieme alle lacrime versate pensando a quello che si lasciano alle spalle e ai cambiamenti che le aspettano. Loktev si ritrova invischiata nella stessa rete, ma filmando senza l’ausilio di una troupe riesce a seguire agilmente alcune di loro a Istanbul, solamente la prima di dodici tappe in giro per il mondo in cui si disperdono e ritrovano.
La sua amicizia con le donne di TV Rain, così come la piena fiducia professionale che esse ripongono in lei, hanno reso possibile una regia di prossimità, ossessionata dalla quotidianità delle sue muse rivoluzionarie e pronta a ricercare i primi piani anche nei momenti più intensi. È quindi l’intimità il segreto di questo ritratto collettivo che, crogiolandosi nella calma offerta dai rari momenti di tepore, costruisce progressivamente un senso di verità vissuta all’unisono giorno dopo giorno. Le quasi sei ore diventano una presa di posizione formale e politica: in un sistema che vuole rendere queste persone irrilevanti, Loktev fa l’esatto opposto e concede loro una quantità spropositata di attenzione. È innegabile che lei e Michael Taylor (l’aiuto montatore) avrebbero potuto essere più spietati in fase di montaggio, ma se rinunciando alla durata mastodontica avremmo corso il rischio di non poter dire di aver conosciuto davvero queste donne, allora è una sbavatura necessaria.
Gli “agenti stranieri” di TV Rain, così vengono etichettati i giornalisti indicati diffidati dal governo russo, rappresentano ognuno un distinto cuore pulsante per la narrazione: c’è Lena, spostatasi in Ucraina per documentare la battaglia direttamente sul campo, conscia del pericolo di venire intercettata e uccisa ai checkpoint: “Non lascerò a Putin la mia Russia, non la ama quanto me”; c’è Ksyusha, ancora oggi in attesa di veder liberato il fidanzato Ivan, condannato a 22 anni di carcere in Siberia per aver condiviso pubblicamente informazioni reperibili su Wikipedia. Il loro bacio attraverso le sbarre del tribunale, nell’unico, fugace momento in cui si vedranno in tutti questi anni, è la nota più straziante del film; e poi c’è Lera, protagonista che Loktev inizia a seguire solo con My Undesirable Friends: Part II – Exile da Istanbul fino in Georgia e Lettonia, paese della rinascita (momentanea) della loro stazione televisiva. È con la saga della chiusura delle loro operazioni a carico del governo lettone, dovute a una serie di contestazioni che porteranno alla revoca della licenza di TV Rain, che iniziamo a intravedere un pattern sistematico, sostenuto dal segmento in cui Ksyusha si addentra nelle ultime elezioni statunitensi per privarci del piccolo briciolo di fiducia che riponiamo verso i giovani. La censura non è quindi più un fenomeno confinato alle dittature più estreme, così come l’esilio non rappresenta una semplice parentesi geografica in una società che costringe a scegliere continuamente da quale parte stare.
Con My Undesirable Friends: Part II – Exile, Julia Loktev ha ultimato un’opera cautelativa di un idealismo totalizzante, che combatte la convinzione tipicamente occidentale che i giornalisti non dovrebbero improvvisarsi attivisti, pena la perdita di imparzialità. Ma non è l’unica lezione importante che impartisce: è un film che insegna come la propaganda, spesso, miri a neutralizzare più che a convertire, e che ricorda soprattutto che la collaborazione è la chiave di tutto, ma che non serve a nulla senza la determinazione del singolo. E di determinazione queste donne — e uomini — ne hanno da vendere. Nonostante la guerra non accenni a giungere al termine non dovrà quindi mai sorgere il minimo dubbio sull’utilità di aver dedicato anima e corpo alla causa, perché in un mondo dove le convinzioni vacillano esistere come forma di sostegno morale a chi si trova dalla parte giusta della Storia è più che sufficiente.
Alessio Vinciguerra








