La teoria del tutto

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Una questione di tempo

La teoria del tutto, conosciuta anche come TOE (acronimo dell’inglese theory of everything), è una ipotetica teoria della fisica teorica che spiega interamente e collega assieme tutti i fenomeni fisici conosciuti. Nel tempo, il termine si fissò nelle popolarizzazioni della fisica quantistica per descrivere una teoria che avrebbe unificato o spiegato attraverso un solo modello le teorie di tutte le Interazioni fondamentali della natura. Ci sono state molte teorie del tutto proposte dai fisici teorici nell’ultimo secolo, ma nessuna è stata confermata sperimentalmente. Il problema principale nel produrre una teoria del tutto è che le teorie accettate della meccanica quantistica e della relatività generale sono difficili da combinare. In tal senso, un contributo determinante alla causa, nonostante la malattia del motoneurone che lo ha condannato all’immobilità, lo ha dato Stephen William Hawking, fisico, matematico, cosmologo e astrofisico inglese, fra i più importanti e conosciuti del mondo, noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri e l’origine dell’universo, ma anche per il suo best seller del 1988 “A Brief History of Time”.
Ma questo non vuole essere un trattato sull’argomento, tantomeno un approfondimento sulla vita e la carriera di Hawking, per cui abbandoniamo presto le complesse elucubrazioni e le note biografiche di rito per dedicarci all’analisi critica del film che James Marsh ha realizzato su di lui, il cui titolo non poteva non essere che La teoria del tutto, nelle sale nostrane a partire dal 15 gennaio 2015, non prima delle presentazioni alle ultime edizioni dei festival di Toronto e di Torino. A modo suo, con delicatezza e dolcezza, umorismo e qualche tocco di lirismo, la pellicola, seguendo traiettorie diverse, ci riporta alla mente parte delle emozioni vissute attraverso le visioni di perle come Mare dentro, Lo scafandro e la farfalla o The Sessions. Del resto, si sa che il cinema è fatto anche e soprattutto di emozioni, le stesse che dovrebbero trasparire sullo schermo. Purtroppo non sempre queste bastano a fare di un film, un grande film; ed è quanto accade proprio all’ultima fatica dietro la macchina da presa del premio Oscar James Marsh, un regista che su storie straordinarie come quella dello scienziato inglese ha costruito una filmografia nella quale è possibile rintracciare esempi di grande cinema: da The Team a The King, da Man on Wire a Project Nim. Forse per questo motivo, il fatto che la nuova opera firmata dal cineasta britannico non riesca nemmeno a raggiungere la sufficienza, non eguagliando lo spessore drammaturgico dei lavori precedenti, è quanto maggiormente sorprende in negativo dell’intera operazione. Un’operazione, questa, incapace di raggiungere le vette toccate dalle opere di Amenàbar, Schnabel e Lewin che, al contrario, hanno saputo affiancare alle emozioni più dirette, immediate e superficiali, tutta quella serie di sfumature e aspetti atroci della malattia, dei quali raramente si ha avuto il coraggio di parlare al cinema. La sensazione è di trovarsi, infatti, al cospetto di una storia emozionante, ma che preferisce non spingersi nei meandri più dolorosi e sgradevoli della malattia. Ciò rappresenta il vero tallone d’Achille che non consente al film di volare alto, a differenza di quanto accaduto ai già citati Mare dentro, Lo scafandro e la farfalla o The Sessions.
La teoria del tutto è il classico biopic edulcorato ed elegiaco, che nel cercare di mantenere un rispetto sacrale nei confronti della vicenda umana e del suo protagonista, evita di mostrare e toccare certi argomenti, focalizzando l’attenzione del plot sul genio di Hawking, sulle gioie e le difficoltà del matrimonio con Jane Wilde, sugli ostacoli provocati dalla malattia, ma che non gli hanno impedito di farsi una famiglia e di firmare quegli studi che sono passati alla storia. Il risultato ci racconta l’ennesima storia vera di ostinata voglia di vivere e ideare, costruito sugli opposti e le affinità elettive: fragilità e forza d’animo, umorismo e delicatezza, rispetto e amore, lacrime e sorrisi, vita e morte, genio e follia. Di queste storie, la Settima Arte ne ha fatto un ricco e prezioso database, utile a scoprire o a riscoprire vite straordinarie, conosciute o sconosciute ai tanti, ma che solo di rado riescono a parlare e a mostrare allo spettatore entrambe le facce della malattia e del disagio. La pellicola di Marsh, adattamento cinematografico della biografia “Travelling to Infinity: My Life With Stephen”, scritta proprio da Jane Wilde, non è una di queste. Probabilmente, la colpa è da attribuire in gran parte alla sceneggiatura di Anthony McCarten, mentre quella di Marsh è stata di averla seguita accuratamente.
Senza dubbio più riuscito rispetto al tv movie dedicato alla giovinezza di Hawking del 2004, che vedeva nei panni dello scienziato un non convincentissimo Benedict Cumberbatch, La teoria del tutto ha invece nell’intensa performance di Eddie Redmayne (scontata una nomination alla prossima notte degli Oscar) la scialuppa di salvataggio alla quale Marsh si aggrappa con le unghie e con i denti. Anche alcune spalle non sono da meno, a cominciare da una struggente e partecipe Felicity Jones nei difficili panni della co-protagonista femminile (pure nel suo caso una candidatura all’Oscar di categoria appare scontata). Il regista, invece, sembra il meno ispirato di tutti e la stucchevole resa stilistica e fotografica ne è la cartina tornasole, lontana anni luce da quella che ha caratterizzato lavori come Red Riding 1980 (secondo film tratto dalla tetralogia letteraria Red Riding Quartet di David Peace) e il documentario vincitore del premio Oscar Man on Wire. Ma conoscendo bene la filmografia e la bravura di Marsh, sia tecnica che drammaturgica, siamo sicuri di esserci imbattuti solo in una parentesi negativa.

Francesco Del Grosso

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