Persian Lessons

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7.0 Awesome
  • voto 7

La farsa del farsi

La tragedia dell’Olocausto è stata, ormai, raccontata più e più volte – sul grande schermo e non. Appare, dunque, impresa assai ardua, al giorno d’oggi, mettere in scena una propria versione dei fatti senza scadere nella retorica e nel già visto. Eppure, ad ogni modo, vi sono sempre nuove storie ed episodi ancora a noi oggi sconosciuti che, pertanto, meritano almeno di essere tramandati. Se, ad esempio, prendiamo in esame un lungometraggio come Persian Lessons – ultima fatica del cineasta ucraino naturalizzato canadese Vadim Perelman, presentata alla 70° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Berlinale Special Gala – ci rendiamo conto di come, fino a oggi, una storia – tratta rigorosamente da eventi realmente accaduti – tanto interessante quanto assai bizzarra come quella messa in scena, non era ancora stata considerata da alcun cineasta. Solo fino a oggi, però.

Questa, dunque, è la storia di Gilles, un giovane belga di origini ebraiche, il quale, dopo essere stato deportato insieme ad altri suoi connazionali, riesce miracolosamente a salvarsi la vita facendo credere agli ufficiali nazisti di essere, in realtà, persiano e di essere stato deportato per sbaglio. Uno degli ufficiali, addetto alla gestione della cucina, decide di farlo lavorare, dunque, presso il suo ufficio, a patto che il ragazzo gli insegni il farsi, dal momento che, finita la guerra, egli vorrebbe aprire un ristorante e Teheran. Non avendo altre alternative, il giovane Gilles non potrà far altro che inventare di sana pianta una nuova lingua, facendo credere al suo comandante che, in realtà, si tratta proprio del farsi.
Come ben si può evincere da una situazione del genere, dunque, di situazioni al limite del paradossale ce n’è quante ne vogliamo, nel presente Persian Lessons. Situazioni, queste, che inevitabilmente strappano allo spettatore più di un sorriso, malgrado la drammaticità dei temi trattati. E, a tal proposito, la più grande difficoltà affrontata dal regista stesso è proprio quella di saper ben coniugare umorismo e dramma, tentando di evitare (per quanto possibile) ogni possibile retorica. Sia ben chiaro, ciò di fronte a cui ci troviamo nulla ha a che vedere con lungometraggi come l’ormai celeberrimo La vita è bella del nostro Roberto Benigni (1997) o il meno noto – ma forse ancor meglio riuscito – Train de vie (1998), per la regia di Radu Mihaileanu. Persian Lessons non punta affatto a riscrivere la storia o a farcela vivere sotto un’altra prospettiva. Il suo intento principale, in realtà, è quello di giocare con la tensione dello spettatore stesso, con la potenza dei paradossi e con una costante sensazione di pericolo e di morte (proprio come, a un certo punto, ha affermato il protagonista:”Sono stanco di avere paura”).
Un’operazione, la presente, complessivamente riuscita dal punto di vista dell’indubbio appeal che una storia del genere può avere. E se, di fatto, l’approccio registico di Perelman, pur strizzando eccessivamente l’occhio alla grande industria hoollywoodiana, risulta nel complesso pulito e ben studiato, è sullo proprio script che, al termine della visione, ci viene da fare qualche considerazione in più. Malgrado, infatti, qualche piccola sbavatura al proprio interno – vedi, ad esempio, il destino di alcuni personaggi particolarmente rilevanti nel corso della vicenda che viene inspiegabilmente lasciato in sospeso – la vera peculiarità del presente Persian Lessons è proprio la descrizione del rapporto che si viene a instaurare tra Gilles e il suo superiore: un rapporto inizialmente di sottomissione che, pian piano, sembrerebbe trasformarsi in una profonda amicizia. Ma saranno davvero così semplici le cose? O, più in generale: potrà mai ravvedersi l’essere umano dalle colpe commesse? O, al contrario, quando il male è insito in noi, non v’è possibilità di redenzione alcuna? Vadim Perelman, dal canto suo, sembra ben fermo sulle sue convinzioni, ma, allo stesso tempo, non punta (quasi) mai a dare risposte definitive in merito.

Marina Pavido

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