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Out of the Blue

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VOTO: 6,5

Stessa spiaggia, stesso mare

Tra i film più attesi della 33esima edizione del Noir in Festival non possiamo non citare Out of the Blue. Il motivo è molto semplice ed è legato al fatto che la pellicola presentata fuori concorso in anteprima italiana alla kermesse meneghina è stata scritta e diretta da Neil LaBute. Ci sono registi che si odiano o si amano, nei confronti dei quali è impossibile mantenere una posizione neutrale e non pronunciarsi a favore o contro del loro operato dietro la macchina da presa. Il cineasta statunitense è uno di questi. Abituato con i suoi film a spaccare letteralmente in due le platee in estimatori da una parte e detrattori dall’altra, LaBute stavolta ha provato nella difficilissima impresa di ricucire la frattura e mettere tutti d’accordo.
Anche se non la si può considerare una missione riuscita al 100% per via di una serie di mancanze e giri a vuoto che riguardano principalmente la fase di scrittura, il regista di Detroit ha comunque saputo dare forma e sostanza a un progetto in grado di andare incontro ai gusti e alle esigenze più popolari. Lo ha fatto con un’opera che pur conservando dei temi e degli stilemi centrali nel suo cinema, a cominciare dal confronto dei sessi, si discosta volutamente da moltissime produzioni del passato nel tentativo di andare ad abbracciare un pubblico più vasto e portare dalla sua parte quelli che un tempo lo avevano tenuto alla larga. Linea, questa, che LaBute sembra a quanto pare avere scelto per il proseguimento della carriera se pensiamo al più recente Fear the Night, l’action al femminile vestito da revenge movie e home invasion approdato direttamente su Prime Video, ottenendo suo malgrado un bassissimo riscontro in termini di gradimento, compreso il nostro.
Diverso per quanto ci riguarda invece il giudizio su Out of the Blue, un film realizzato nel 2022, decisamente più convincente, che abbiamo avuto la possibilità di recuperare e apprezzare grazie alla proiezione nella giornata inaugurale della manifestazione milanese. La pellicola ci conduce al seguito di un giovane di nome Connor Bates la cui esistenza è in una fase di stallo dopo aver trascorso un periodo in prigione per un’accusa di aggressione. Ora lavora in una biblioteca e trascorre il tempo libero correndo, nuotando e cercando di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Un giorno incontra Marilyn Chambers, moglie di un ricco uomo d’affari. I due danno vita a un’intensa relazione fisica ed emotiva che rapidamente li porta a parlare dell’omicidio del marito. Mentre Connor pensa di poter fuggire dal suo passato, Marilyn crede di aver trovato un modo per evitare il suo futuro.
Con Out of the Blue, LaBute guarda al passato portando sullo schermo un film che non ti aspetti da lui, così come il colpo di scena finale abilmente camuffato da un lavoro ai fianchi di depistaggio che disillude aspettative e pronostici offrendo un epilogo imprevedibile. Ciò arriva a compimento di un noir dalle venature thriller vecchia scuola, via via sempre più torbido e dalle atmosfere bollenti, che riporta la mente a Brivido caldo o a Il postino suona sempre due volte proprio perché segue alla lettera i topos e i modus operandi del genere di riferimento sia nella costruzione della linea mistery che nel disegno dei personaggi. Quest’ultimi sono infatti copie fedelissime dei modelli basic, affidati a interpreti che rendono tutto credibile, da una Diane Kruger in versione femme fatale a un Ray Nicholson (figlio di Jack) in quella di un toy boy pronto a tutto. Gli sviluppi in tal senso, proprio perché ampiamente codificati e ricorrenti in trame analoghe, non gioca a favore del fattore originalità. Ciononostante il risultato tiene a sé l’attenzione dello spettatore per le due ore circa di fruizione, cosa che oggigiorno non è per nulla scontata.

Francesco Del Grosso

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