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Gli Immortali

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VOTO: 9

Non siamo immortali ma siamo eterni

In anteprima nella sezione Freestyle della 18ma edizione della Festa del Cinema di Roma, l’ultimo film della regista finnico-siciliana Anne-Riitte Ciccone, Gli Immortali, ha una genesi lunga un ventennio; la sceneggiatura de Gli Immortali nasce infatti nel 2004, nonostante possano esserci evidenti connessioni con gli eventi degli ultimi anni.
Un ospedale da incubo richiama infatti alla memoria i reparti isolati dei malati di Covid19, ed un passato recente di anziani (soprattutto, ma non solo) lasciati a morire da soli in corsia, senza un affetto vicino; ma siamo in un’altra epoca – è il caso di dirlo, con il 2020 a fare da spartiacque – e un’altra malattia, ugualmente mortale e ancor oggi stigmatizzata ma non altrettanto contagiosa. Caso, premonizione? Nulla è un caso, quando si parla di Anne-Ritte Ciccone, regista sensibile e sensitiva che utilizza con sapienza l’allegoria nelle sue opere, siano esse teatrali che cinematografiche, unendole ad una profondità di intenti e significati che portano lo spettatore ad una penetrante riflessione intimista.

Ne Gli Immortali, il mito classico irrompe nelle fenditure della trama, riempiendola e donando alla storia un senso onirico, quasi lisergico, che sublima il dolore inestimabile della lenta perdita di un padre, amato a dispetto dei dissapori, trasformando il lutto in opera d’arte. Un film a tratti autobiografico; la Ciccone ritrova e dipinge con pennellate potenti il proprio stesso dolore, trasfigurandolo nel Mito ed elaborandolo insieme alla protagonista, il suo alter ego Chiara (la brava Gelsomina Pascucci).

Chiara, donna indipendente e libera, sta lavorando come tecnico luci alla messa in scena delle Baccanti, quando l’arrivo improvviso – in Italia e nella sua vita – di suo padre Vittorio (un intenso David Coco) la metterà di fronte ad un passato irrisolto e a un rapporto paterno ritrovato proprio sul finire del percorso su questa terra di quest’ultimo. Vittorio è molto malato e lo sa; ma non vuol andarsene senza riprendere il filo interrotto con Chiara, ricucire le ferite e donarle il suo amore. Il viaggio verso la Morte è accompagnato da immagini oniriche, le Baccanti e Dioniso che scendono dal palco e prendono vita, un accendino che scatta da solo, un gioco sulla spiaggia in riva al mare con il compagno di stanza, mentre la visionaria musica dei Bowland si fonde con ogni fotogramma rendendolo unico.

Non mancano l’ironia, né la stoccata alla sanità (con dottori indifferenti ed infermiere in tacchi a spillo, e la partecipazione straordinaria di Maria Grazia Cucinotta nei panni della dottoressa Mai Na Gioia) ed ai sindacati, corrotti da regalie di ogni genere per eseguire compiti che dovrebbero essere connessi alla loro stessa esistenza, ad alleggerire il pathos del lutto imminente e la tensione da film horror delle scene nel reparto speciale dell’ospedale dove vengono segregati i malati di questa misteriosa ed incurabile malattia; scendere di corsia in corsia è un viaggio di girone in girone fin nelle profondità dell’inferno, per Chiara e per lo spettatore empatico, e solo alla luce del giorno tutto acquista nuovo senso.

Un giorno credi di essere giusto/ e di essere un grande uomo/ in un altro ti svegli e devi/ cominciare da zero”, canta Bennato nella canzone preferita di Vittorio, “Quando ti alzi e ti senti distrutto/ fatti forza e va incontro al tuo giorno/ non tornar sui tuoi soliti passi”; una cassetta ritrovata tra le cose del padre, piccoli segni di un’aldilà da dove Vittorio, finalmente sereno, dà alla figlia Chiara la forza di andare avanti. Perchè non siamo immortali, ma un momento di noi resta per sempre nel cuore di chi abbiamo amato: non siamo immortali, ma siamo eterni.

Michela Aloisi

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