Orphea

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8.0 Awesome
  • voto 8

Salvando Euridiko

Non sappiamo mai cosa aspettarci, nel momento in cui ci accingiamo a vedere un film diretto da Alexander Kluge. L’unica cosa che possiamo sapere con certezza, però, è che ben presto ci troveremo davanti a un prodotto straordinario, unico nel suo genere e mai uguale ai precedenti lavori del regista. Grandi aspettative, dunque, ha fin da subito suscitato il lungometraggio Orphea, realizzato in collaborazione con il cineasta filippino Khavn e presentato in anteprima alla 70° edizione del Festival di Berlino, all’interno della nuova sezione Encounters, dove, su tutto, si punta a selezionare un tipo di cinema che ci appare, oltre che fortemente sperimentale, anche una vera e propria commistione tra diverse forme d’arte. E nel presente lavoro di Kluge, di diverse espressioni artistiche che convergono in questo unico e prezioso lavoro, ce n’è davvero tante.

Orphea prende, dunque, vita dal celebre mito di Orfeo e Euridice, secondo il quale il musicista Orfeo, tentando di riportare la sua amata tra i viventi, si reca nel regno degli inferi. Egli ha il permesso di portarla con sé a patto che, durante il tragitto, non si volti mai a guardarla. La tentazione, però, è per lui troppo forte e per questo motivo, la sua Euridice è destinata a restare per sempre nel regno dei morti. Alexander Kluge e Khavn, dal canto loro, hanno pensato a un’insolita rilettura della storia invertendo innanzitutto i generi. Ed ecco che, come lo stesso titolo sta a suggerire, abbiamo Orphea ed Euridiko. Come andranno le cose in questa nuova versione del mito?
Con un tripudio di luci e colori, dunque, ecco che prende il via la versione di Kruge. Adottando una messa in scena simile al suo precedente Happy Lamento (2018), il regista si è avvalso innanzitutto di un ricercatissimo – e assai frenetico – lavoro di montaggio, grazie al quale inserti di animazione, filmati di repertorio, vecchie fotografie e interessanti lavori di sovrimpressione atti ad accentuare la sospensione della credibilità convergono tutti insieme in un’unica forma d’arte. Orphea di Alexander Kruge è, dunque, molto più di una semplice rilettura di un mito. Orphea è un vero e proprio viaggio in tutto il mondo. Nel nostro mondo. Un viaggio durante il quale – passando per i bordelli di Manila, fino ad attraversare la Rivoluzione Russa e a giungere nella Silicon Valley dopo aver osservato i vari movimenti migratori in Europa – osserviamo da vicino noi stessi e ciò che abbiamo fatto del mondo in cui viviamo.
Piedi con indosso eleganti scarpe da ballo improvvisano una ritmata danza in sovrimpressione sull’immagine di una strada composta da sampietrini. Figure umane si ritrovano ora a ballare all’interno di un night club, ora in spiaggia, ora – improvvisamente – in uno studio di registrazione. Ed è proprio qui che la bravissima Lilith Stangenberg – nel ruolo di Orphea – si accinge a leggere alcuni monologhi, citando addirittura Tchaikovsky, Purcell, Rilke. Il tutto senza che lo spettatore abbia neanche il tempo di riprendere fiato. Troppa carne messa a fuoco? Assolutamente no. Perché, di fatto, questa Orphea di Alexander Kluge e Khavn è perfetta così, talmente frammentaria da risultare compatta al punto giusto, magnetica e respingente allo stesso tempo, frizzante e disturbante. Bellissima.

Marina Pavido

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