Le conseguenze della guerra su un bambino
László Nemes torna a farci immergere, con un suo preciso stile e sguardo, nelle brutture umane connesse all’Olocausto. Dopo Il figlio di Saul, nel suo ultimo lungometraggio, Orphan, presentato in concorso all’82esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il focus viene posto in particolare su un bambino. Immediatamente il regista fa calare lo spettatore nei panni di Andor (Bojtorján Barabás), che, nascosto tra i cespugli, osserva gli adulti che gli si avvicinano, tra cui quella madre, Klára (Andrea Waskovics), a cui deve (ri)abituarsi. Con un salto temporale ci ritroviamo nel 1957 a Budapest, dopo la rivolta contro il regime comunista e la fallita rivoluzione sovietica, anche se la Seconda Guerra Mondiale sembra alle spalle, non lo sono le macerie fisiche e interiori che ha portato con sé. «Lo sfondo di Orphan nasce dalla storia della mia famiglia, che ha attraversato le devastazioni dell’Olocausto e la tirannia del regime comunista», spiega Nemes aggiungendo: «Ho voluto creare un linguaggio cinematografico che permettesse allo spettatore di rivivere l’esperienza traumatica di un bambino, intrappolato tra la percezione di trovarsi schiacciato da un mondo minaccioso e un triangolo familiare che non riesce a comprendere». Nell’ambiente in cui Andor dodicenne vive, una bambina Sári con cui si relaziona gli chiede cosa siano le armi nucleari (suona ancora più forte se la si cala in quegli anni) e questo trasmette ancora una volta come di fronte ad alcuni atti e realtà si sia costretti a crescere molto in fretta. Nemes e Clara Royer (co-sceneggiatori) creano delle finestre in cui il protagonista prova a respirare, dal vedere di nascosto un film al cinema alla ritualità con cui va in cantina e si rivolge al padre immaginando che prima o poi possa far ritorno dalla guerra. La realtà fa capolino in maniera crudele, un uomo brutale torna a ‘pretendere’ un posto nell’esistenza della mamma e anche sua, affermando che sia suo figlio e non di Hirsch (colui che ha idealizzato come proprio genitore). Il ragazzino manifesta grande difficoltà nell’accettare la violenza, le prospettive di vita così come alcuni schemi sociali e cultuali (pure sul piano religioso). Se Il figlio di Saul ci aveva spezzato il cuore e fatto mancare il respiro, Orphan ci fa ascoltare gli interrogativi di un bambino e cosa possa arrivare a pensare di fare in una situazione di limite. Il tempo risulta un po’ dilatato e in alcuni momenti ci manca quella potenza narrativa dilaniante a cui il regista ungherese ci ha abitato col suo esordio. Sul piano stilistico si riconosce la cura, dovuta in primis alla scelta di girare in pellicola 35mm (formato 4:3) così come la luce (direttore della fotografia Mátyás Erdély) sembra riflettere non solo la vita per strada – polverosa – e in casa, ma il paesaggio interiore, ora buio ora con tinte calde mai però simbolo di gioia. Di certo Orphan (il titolo internazionale scelto, quello originale corrisponde al nome del protagonista), pur restituendoci un preciso spaccato di quegli anni a Budapest, diventa universale e molto attuale grazie allo sguardo del bambino, a ciò che coinvolge lui e come è, invece, stata toccata la madre (con traumi degli adulti rimasti inaffrontati e che ricadono sui figli) e purtroppo nella messa in scena del male che uomini possono infliggere ad altri uomini.
Maria Lucia Tangorra








