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La Grazia

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VOTO: 8.5

Assenza di gravità

Fino alla proiezione durante Venezia82 dell’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino era trapelato poco e nulla, se non che nel cast ci fossero Toni Servillo e Anna Ferzetti e che si trattasse di una storia d’amore. Questo ‘mistero’ ha alimentato l’immaginazione rispetto a cosa ci si sarebbe potuti trovare davanti. La Grazia è un’opera densa d’amore, citando il cineasta «questo motore inesauribile che determina il dubbio, la gelosia, la tenerezza, la commozione, la comprensione delle cose della vita, la responsabilità».
La dichiarazione di intenti ci viene mostrata subito, facendo scorrere l’art. 87 della Costituzione Italiana: «Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.
Può inviare messaggi alle Camere.
Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.
Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.
Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.
Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.
Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere.
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
Presiede il Consiglio superiore della magistratura.
Può concedere grazia e commutare le pene.
Conferisce le onorificenze della Repubblica». Mariano De Santis (Toni Servillo, insignito della Coppa Volpi per questo ruolo), il ‘nostro’ Presidente nella finzione è ben consapevole di tutto questo e di un’etica che sembra essere svanita non solo dalla politica attuale (e non si vuole generalizzare in maniera semplicistica), ma dalle nostre vite. Il suo volto porta i segni della consapevolezza, il ‘peso’ di essere un giurista con dei principi che, talvolta, si ritrovano a far a pugni tra loro. Ed è sempre il suo volto a trasmettere malinconia mentre dice con amore «Aurora mi manchi», riferendosi alla moglie persa da otto anni. Un lutto che non si rimargina e che, a suo modo, si sposa con gli arredi solenni delle stanze del Quirinale e una luce non particolarmente splendente (direttrice della fotografia Daria D’Antonio), certo in linea con gli ambienti, ma anche con il proprio animo. Al suo fianco, professionalmente e avendo premura della sua salute, la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui, in parte imbrigliata nel ruolo che ha voluto assumere nella vita del padre, ma pronta anche a farci i conti, con scontri costruttivi. Dopo aver salvato ben sei crisi di governo, il Presidente della Repubblica si avvia verso la fine del proprio mandato e in una routine scandita da incontri di governo formali e un regime alimentare da seguire, gli vengono sottoposte due questioni: decidere su due richieste di grazia e se firmare o meno la legge sull’eutanasia. Ed è così che questioni pubbliche e private si intrecciano sempre più e a far da fil rouge c’è l’amore. Per assumersi la responsabilità per i casi specifici e la nazione bisogna analizzare i dubbi che sorgono, scavare nelle storie con rispetto ‘senza fermarsi alle carte’. «La Grazia è un film su un dilemma morale. Concedere o meno la grazia a due persone che hanno commesso degli omicidi in circostanze, però, forse, perdonabili. Firmare o non firmare, da cattolico, una legge difficile sull’eutanasia» dichiara il regista de L’uomo in più (film d’esordio presentato alla 58esima Mostra del Cinema di Venezia). Se ne Il Divo Servillo indossava volutamente la maschera di Giulio Andreotti, qui con la dignità che si vorrebbe trovare in un Presidente della Repubblica che si rispetti, ne cogliamo anche le fragilità umane. La mente di ciascun spettatore farà le associazioni che vorrà con la politica contemporanea e non e con la situazione sociale; senz’altro ci saranno i punti di contatto con l’uomo. Così come con la donna e figlia incarnata da Anna Ferzetti (attrice che merita i progetti a cui sta prendendo parte, lasciando il segno), a cui si vorrebbe dare una carezza di conforto in una delle scene più toccanti del film (in cui, forse non è un caso, che uno schermo faccia il suo, ma non spoileriamo altro) e si ammira Doroty per com’è combattiva rispetto a ciò in cui crede. E poi i suoi grandi occhi bucano lo schermo anche dietro gli occhiali per incrociarsi con quelli di una donna in attesa di grazia (Linda Messerklinger) – una scena da vivere.
Tra le chicche de La Grazia c’è il personaggio di Coco Valori (amica d’infanzia di Mariano De Santis e critica d’arte), una Milvia Marigliano che ondeggia tra il cinismo sulfureo e lo sguardo che si perde nella Milano di notte post prima della Scala (mentre è in auto con l’amico) sapendo di dover mantenere dei segreti. Coerentemente col piglio sorrentiniano, non poteva mancare la sana dose d’ironia, personaggi che auspicheremmo venissero eletti (vedi il Papa) e qualche spinta nell’andare sopra le righe ma senza eccedere. Piacevole anche il cameo di Guè, che ha una propria coerenza vista la divertente scena in cui il Presidente ascolta e canta “Le bimbe piangono” (brano del 2015 e allora si faceva chiamare Guè Pequeno). Quest’opera dà valore anche a tutti coloro che gravitano dietro una carica dello Stato come il Presidente della Repubblica perciò è importante citare tra gli attori Orlando Cinque (essenziale in questo affresco).
«In un momento storico in cui l’etica, alle volte, sembra essere opzionale, evanescente, opaca o comunque tirata troppo spesso in ballo solo per ragioni strumentali» (dalle note di regia), il Cinema ce ne ricorda il valore senza cadere in moralismi.

Maria Lucia Tangorra

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