Okja

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5.0 Awesome
  • voto 5

Perle ai super-porci

Sarà la coproduzione internazionale che in genere non giova  ai registi sudcoreani, come del resto Park Chan-wook, e in generale comporta uno scadimento di livello; sarà lo zampino della tanto vituperata Netflix. Di fatto Okja, film presentato in concorso a Cannes 2017 di uno dei più talentuosi registi sudcoreani, quel Bong Joon ho capace di vette come Mother, rappresenta una grande delusione.
L’operazione è abbastanza chiara, riprendere la concezione di The Host e adattarla ai tempi, a un pubblico internazionale, anche con un’opera notevole di edulcorazione. Quello che in quel film era il mostro del fiume, qui è il super-maiale, la creatura di laboratorio brevettata da una multinazionale, figura che serve a fare oggetto di satira tutta una serie di attori della civiltà contemporanea. La natura e la scienza sembrano di proprietà della Mirando Corporation, come dichiara entusiasticamente il suo CEO Lucy Mirando, una Tilda Swinton che ormai fa collezione di registi internazionali che la prendono come attrice feticcio. Siamo arrivati dunque in un mondo dove natura e scienza sono considerate delle mere funzioni economiche. L’obiettivo di Okja è chiaro e fin troppo didascalico. Il sistema delle multinazionali che brevetta la vita, gli organismi viventi ridotti a merce economica, “È una mia proprietà” dice Lucy Mirando a proposito del maialone. E il tutto deve avere una patina ecologicamente friendly, per cui non di biotecnologia si tratta, stando a quello che dichiarano, ma del ritrovamento di un’antica razza suina, fatta riprodurre in modo naturale e biologico. La parodia incarnata nel personaggio di Lucy Mirando è in effetti una satira spietata. Ritratta al trucco prima della conferenza stampa show, dove tutto è infarcito da sfondi animati pieni di fiorellini, la donna rappresenta un’autentica virago delle biotecnologie. Converte la società di famiglia nel settore genetico, dove in realtà è il marketing il vero sistema d’impresa, con a simbolo un finto alberello, esibisce l’archeologia industriale e si dissocia dal padre patriarca per i suoi metodi. Ma senza rinunciare alle classiche parate di majorette, satira di uno stupidario americano dove una cosa tradizionale come le feste e le parate di strada è ormai appannaggio della prima catena di supermercati che deve annunciare l’apertura di un nuovo punto vendita. Siamo al 2.0 eretto a sistema, ma alla fine il buonismo politicamente corretto del finto benessere animale si rivela come un sistema di produzione industriale di carne, ovviamente con il relativo brand, le super-salsicce gourmet del super-maiale. E sotto forma di fiaba disneyana, anche senza bisogno di arrivare all’antropomorfismo degli animali, alla fine il messaggio è animalista e sposa quelle tesi, come quella del filosofo Helmut F. Kaplan che associano il meccanismo industriale efficiente dei macelli con quello dei campi di sterminio nazisti. E usando anche metafore facili come il maialino d’oro, rielaborazione del biblico vitello d’oro. Sono temi importanti per la società contemporanea quelli del benessere e della dignità degli animali, ma che non si possono esaurire in modo semplicistico. Sugli attivisti dell’Animal Liberation Front, ente realmente esistente e controverso, nella parte dei buoni, pure si potrebbe aprire un dibattito. La polemica sul marchio Netflix dovrebbe rimanere extrafilmica, ma non possiamo non rilevare la contraddizione tra la critica al sistema industriale rapace per poi sposare l’imperante multinazionale dello streaming.
Formalmente Okja è un film d’avventura per un target tendenzialmente infantile. Esibisce da subito una scena mozzafiato gratuita, quella della piccola protagonista che cade nel dirupo, enunciazione di un film di momenti mozzafiato. E si fonda sull’empatia che si crea sull’animale, un maiale gigantesco che sembra più un cagnolone, e che ricorda quello di La storia infinita. E usa tutto un armamentario narrativo come il maialino d’oro assimilabile ai gadget di 007, esibiti all’inizio per poi salvare la situazione al momento giusto.
Continuiamo a preferire il Bong Joon ho sudcoreano, la sua complessità tematica, la sua capacità corrosiva a volte davvero disturbante.

Giampiero Raganelli

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