iPhone che fanno fuoco e fiamme
Il cinema di Gabriele Tacchi ci era già noto, almeno per quanto riguarda le “distanze brevi”, grazie ad autentici gioielli come Magenta e When Buying a Fine Murder, vincitore un paio di anni fa del Concorso Cortometraggi all’interno di Indiecinema Film Festival, terza edizione. Per farci un’idea di come se la cavasse invece con un lungometraggio è stato necessario aspettare questa estate, quando a Roma ha avuto luogo l’anteprima di Burning Victoria, proiettato tra le reazioni entusiaste del pubblico presso l’arena “Il cinema in ascolto”. Da allora è passata qualche settimana. E gli spettatori della quarta edizione di eXtramondi, stando alla vivacità del Q&A andato in scena domenica 20 settembre 2026 al Teatro Flavio, hanno ugualmente apprezzato.
Del resto la visione di Burning Victoria ha qualcosa di immersivo e ipnotico. Oltre a vivere di un sottile paradosso: il film, anche per contenere i costi, è stato girato da Gabriele Tacchi, abituato in genere ad utilizzare altri strumenti di ripresa, semplicemente con un iPhone. Il risultato, contrariamente a ciò che potrebbero pensare i più prevenuti, è un qualcosa dallo smalto visivo unico, indescrivibile, in cui il bianco e nero e le poche tracce di colore entrano poi a far parte della stessa struttura diegetica.
In quella che finora ci è parsa l’opera più personale dell’autore, avvezzo in passato a districarsi bene tra horror, thriller e generi affini, il presupposto di fondo coincide infatti con il particolarissimo difetto della vista, col quale deve convivere la protagonista Victoria (una fantastica Maddalena Vallecchi Williams): lei, ragazza italo-canadese finita in Italia per cercare quella madre che l’aveva abbandonata da piccola, vede tutto in bianco e nero. Eppure, durante il viaggio, grazie alle fiamme del suo nuovo amico Alessandro, artista e mangiafuoco impersonato dallo stesso Gabriele Tacchi, scoprirà che forti emozioni riescono occasionalmente a farle percepire i colori.
Un po’ di elementi sono quindi sul tavolo, di fronte a noi. Mescolando armonicamente una serie di ingredienti che vanno dal buddy movie al dramma famigliare, al coming of age, alla commedia sentimentale, al road movie e quei pochi momenti “gialli”, sui quali pare vegliare ironicamente il nume Tarantino, Gabriele Tacchi sa tenere in magico equilibrio una storia dai risvolti decisamente intimisti e una ricognizione di luoghi piena di miracolose epifanie. In tal senso, il suo è quasi un teorema sulla visione che senza prendersi troppo sul serio riesce invece a comunicare molto, sfruttando al meglio le possibilità del mezzo, color correction compresa.
Muovendosi a zonzo per l’Italia centrale, così da assicurare alla Viterbo di una festa medioevale e a Roma stessa prospettive insolite, talora inedite, Burning Victoria vive anche dell’umanità dei suoi personaggi. Non soltanto la protagonista e il suo mentore italiano. Ma anche quella piccola comunità di creativi, un ipotetico “girone dei dannati” composto da artisti e intellettuali che stentano ad emergere, nella mediocrità dell’odierna società italiana, fatta scoprire dal buon Alessandro all’inizialmente spaesata Victoria. Apparentemente leggeri, ma di notevole presa emotiva sullo spettatore, sono tali siparietti ed incontri. Fino a quell’orizzonte degli eventi rappresentato dall’atteso confronto della protagonista con la madre, raccontato senza alcuna retorica, ma ricorrendo semmai a un escamotage narrativo talmente ardito che riteniamo giusto non aggiungere altro. Così da lasciare ad ognuno il gusto della sorpresa.
Stefano Coccia









