Il desiderio di cui sono testimoni le mangrovie
The Riverbank (A Margem do Rio) è un’opera prima che nasce dalla collaborazione di due registi brasiliani: il primo è Matheus Farias, l’acclamato montatore dietro gli ultimi due film di Kleber Mendonça Filho, il secondo è il giornalista cinematografico Enock Carvalho. Legati da una lunga esperienza nel formato del cortometraggio, questa volta i due si cimentano in quello che viene descritto sui canali del Locarno Film Festival come un thriller erotico appartenente all’universo del realismo magico. Qui sorge il primo problema: è necessario ribellarsi alle etichette fuorvianti imposte dalla direzione del festival, mirate unicamente a impreziosire le atmosfere di un prodotto agli occhi degli spettatori. Nel caso di The Riverbank, i cui elementi fantastici sono semplici suggestioni ridotte all’osso e che costruisce la narrazione attorno a un letargico filone crime, questa definizione è solo parzialmente corretta e favorisce aspettative disattese. L’erotismo, inoltre, non è pervenuto.
Il protagonista è Izaquiel, un addetto alle pulizie che vive a Recife. Di notte, nonostante gli avvertimenti degli amici, si avventura nella foresta di mangrovie che attraversa la città, luogo dove avvengono incontri clandestini tra uomini, ma da dove questi spesso non fanno più ritorno. È proprio tra gli alberi, vicino al fiume, che incrocia la strada di Jeremias, un pescatore misterioso da cui viene irretito a prima vista. Izaquiel si presenta come un protagonista incapace di resistere alle proprie pulsioni, che oltre alle sue avventure notturne si intrattiene nei bagni con i clienti del supermercato in cui lavora, e che fa ritorno nelle mangrovie a cercare Jeremias anche dopo aver visto morire violentemente un uomo nella foresta. Ma persino un edonista impavido come lui rimane scosso dalle sensazioni travolgenti che il rapporto con il pescatore gli provoca e, proprio quando sembra che il film stia per scivolare in territori sovrannaturali, Izaquiel trova la forza di tirarsi indietro.
Veniamo a conoscere anche i coinquilini di Izaquiel, la piccola comunità queer che rappresenta a tutti gli effetti la sua nuova famiglia da quando è scappato di casa per sottrarsi all’intolleranza del padre. Un aspetto in cui The Riverbank ha successo è proprio la sua latente critica al conservatorismo religioso che permea la società brasiliana e che, nel contesto della narrazione, finirà per diventare centrale. Farias e Carvalho tratteggiano un clima pre-elettorale in cui le minoranze sono condizionate a scambiare i fuochi d’artificio per colpi di pistola, ma che nell’intimità delle mura domestiche trovano la forza di leccarsi le ferite a vicenda, offrendo una riflessione implicita sull’appartenenza.
La chiesa in cui lavora Izaquiel è la chiave d’accesso a questa tematica, la lente attraverso cui osserviamo una comunità corrotta dall’ipocrisia, che non accetta che i propri ideali siano circoscritti alla propria giurisdizione. Il risultato è un mondo in cui l’amore si vive a compartimenti stagni, come evidenziato dalla geografia del film: sotto gli occhi di tutti, Izaquiel conduce un’esistenza regolamentata, mentre al riparo delle mangrovie si lascia guidare dal desiderio. Spostando però le intenzioni sul fronte politico, il film sembra dimenticarsi di Jeremias, la figura che avrebbe potuto spalancare la porta a tutti i generi su cui il film si affaccia timidamente, ma che sparisce per una grande parte del film solo per fare ritorno spogliato del mistero che lo circondava inizialmente. Questa criticità è evidenziata dagli amici di Izaquiel, le cui avventure notturne, in accordo con le loro personalità spumeggianti, sembrano suggerire un soggetto più interessante del suo blando e prevedibile tentativo di svelare la verità dietro la chiesa: chi l’avrebbe mai detto, l’istituzione religiosa con un poligono di tiro clandestino nei sotterranei non è nobile come sembra.
The Riverbank è quindi uno dei rari casi in cui un film avrebbe beneficiato di una prospettiva più corale. Quello che otteniamo è un film lineare sul desiderio e la discriminazione, che utilizza la foresta di mangrovie come metafora della repressione: il margine a cui fa riferimento il titolo non è solo quello letterale del fiume che scorre nella foresta, ma anche la sottile linea di confine tra fede e discriminazione, tra esilio e appartenenza, tra paesaggio urbano e incontaminato. Sarebbe stato più corretto, quindi, descrivere il film come un suggestivo revenge movie dall’ambientazione tropicale e dai toni cupi come la sua fotografia. Si sarebbe potuto invece omettere, per rendere giustizia alle proprie scelte in fase di selezione, che è un debutto estremamente convenzionale, che nel contesto del Locarno Film Festival 2026 rappresenta un tassello debole del Concorso Internazionale.
Alessio Vinciguerra








