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Stranotrofio

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VOTO: 8

Tra i ghiacci con i sopravvissuti, umani e robotici

Tra le proiezioni accolte con più calore alla quarta edizione di eXtramondi vi è stata senz’altro quella di Stranotrofio. Calore, però, che non è stato sufficiente a sciogliere i ghiacci: quelli che sembrerebbero aver ricoperto la Terra, in questo film d’animazione ricco d’inventiva che del prolifico filone post-apocalittico tende a offrire una visione differente, originale, legittimamente cupa e amara ma non scevra di quelle ironie che ne rendono più gustosa, articolata e complessa la fruizione.
Del resto il tandem composto da Mattia De Pascali alla sceneggiatura e Alberto Genovese (di cui ricordiamo peraltro con piacere l’irriverente L’invasione degli astronazi) alla regia aveva già dato sfoggio della propria creatività e di una certa verve citazionistica nel precedente Resurrection Corporation, parimenti presentato a eXtramondi.

In Stranotrofio suddetto citazionismo, mai scontato ma palpabile a livello di scelte iconografiche e atmosfere, fa capolino sin dall’inizio, quando le peregrinazioni in ambienti ghiacciati di uno spaesato protagonista, che scopriremo essere l’ex illusionista Demetrio, lo portano a mettersi in salvo da mostruose creature che non avrebbero sfigurato ne La cosa di Carpenter o in qualche B-Movie americano anni ’50. Lo scenario distopico fin lì descritto va subito ad ampliarsi, però, con l’ingresso di Demetrio in una misteriosa dimora, strano istituto perso tra i ghiacci, strano orfanotrofio (da cui il titolo) che ospita bambini dagli ancora più enigmatici poteri, accuditi in un ambiente protetto da robot bizzarri e da una governante dall’aria severa.
Sarà qui che Demetrio comincerà a ricordare, recuperando dolorosi frammenti della catastrofe che si è abbattuta sul pianeta e di come miracolosamente le sia sopravvissuto…

Gli stralunati incontri da lui compiuti in quel luogo isolato almeno in parte rimandano, sia a livello tematico che iconografico, all’universo creativo del Tim Burton più ispirato, pur mantenendo quei tocchi personali che consentono agli autori di variare ulteriormente i toni, dallo humour che accompagna spesso le apparizioni dei robot a spunti melodrammatici o dal retrogusto esistenzialista.
Gli stessi segmenti narrativi introdotti in flashback e relativi alla più volte menzionata catastrofe confermano sia il già evidenziato appeal “burtoniano”, sia quelle coloriture weird pronte però ad assorbire tratti quasi misticheggianti, di sicuro più intimisti, come nel sofferto addio di Demetrio alla sua amata.
Nello strutturare un simile viaggio l’arguzia dello script, che genera di continuo curiosità nello spettatore accennando a quegli elementi che verranno sviluppati e chiariti solo in un secondo tempo, fa rima col peculiare stile di un’animazione che appare vintage, alquanto basica, ma anche ben studiata nei contrasti tra il bianco accecante dei fondali e il character design così definito dei personaggi, come pure in quell’impronta tutto sommato classica che però nei momenti più intensi si concede anche qualche tocco sperimentale.

Stefano Coccia

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