Non si sevizia un paperino

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Chi è senza peccato

Si può solo immaginare, oggi, l’espressione a dir poco stranita disegnata sul volto di un potenziale produttore all’ascolto di un progetto cinematografico incentrato su un serial-killer di bambini. Un’ipotesi di film, in sintesi, destinata a rimanere tale.
Non è certo compito nostro, a quasi mezzo secolo di distanza dalla sua realizzazione, tessere le lodi di Non si sevizia un paperino, uno dei lungometraggi maggiormente significativi dell’intera filmografia di Lucio Fulci. Sarebbe, piuttosto, opportuno affidarsi all’unico giudice insindacabile, nel caso di opere particolarmente controverse come questa: il tempo. Una volta operata questa premessa, risulta impossibile non considerare Non si sevizia un paperino – ripresentato al trentesimo Noir in Festival, nell’ambito della retrospettiva dedicata al resgista romano – alla stregua di un film rivelatore nel senso più completo del termine. Poiché in grado di far crollare, al pari di improvviso colpo di vento, l’intero castello di carte costruito sull’ipocrisia del cosiddetto politically correct, così di tendenza nel presente ma in realtà deputato solo a coprire, in modo peraltro maldestro, i numerosi mali che affliggono la società contemporanea.
Come in molti altri casi analoghi, l’effettiva statura di un film è misurabile sin dalle prime immagini, quelle che scorrono assieme ai titoli di testa. I punti cardinali, se vogliamo definirli in tal modo, di Non si sevizia un paparino appaiono chiari da subito. A prescindere dalla estrema funzionalità delle locations. L’autostrada sopraelevata che penetra un panorama di campagna sembra un corpo estraneo inserito a forza in un mondo cristallizzato nella propria primordialità. Il ragazzo che osserva l’arrivo in auto di due corpulente prostitute, avvisando poi il resto dei coetanei, segna il passaggio inevitabile dall’adolescenza verso uno status di età adulta, con annessa e conseguente perdita di innocenza. Da questi presupposti parte la catena infinita di delitti, con il giallo all’italiana incentrato classicamente sulla ricerca del colpevole con abbondanza di false piste che, gradualmente, diviene impietoso affresco di costume, atto d’accusa anche veemente nei confronti di un Paese che continua, ancora oggi con malcelato “orgoglio”, a coltivare la propria ignoranza. Non solo attraverso ritualità e superstizioni ma anche – tanto per far emergere la vena iconoclasta che spesso ha caratterizzato il cinema migliore di Fulci – con l’affidarsi in modo aprioristico ed inconsulto alla religione. La quale sovente tradisce.
Un film, dunque, coraggioso. Molto. Nonostante qualche smagliatura in alcuni passaggi narrativi – il modo sbrigativo e perciò non del tutto verosimile con cui il giornalista Andrea Martelli (Tomas Milian) viene a capo del mistero finale – un’opera nobilitata da una regia continuamente in cerca di nuove soluzioni formali. Valga per tutte lo snervante (allo sguardo spettatoriale) linciaggio della maciara (Florinda Bolkan), sospettata degli omicidi a causa della sua diversità sociale e massacrata seduta stante da persone incuranti di qualsivoglia senso etico di giustizia. Con il sonoro di una radio locale a coprire, metaforicamente, lo scempio perpetrato nell’unico omicidio adulto del film. Siamo nel profondo sud d’Italia, in una Basilicata trasfigurata e resa universale. Una sorta di “non luogo” identificabile in una qualsiasi periferia del mondo. Dove ogni cosa, anche la più turpe, può accadere di fronte all’impotenza sia delle autorità che di una moralità del tutto latente. Come si trattasse di un film di David Lynch meno astratto ma desideroso di sporcarsi le mani fino in fondo, Non si sevizia un paperino continua ad emanare un perverso senso di contiguità: appena oltre ciò che vogliamo vedere c’è l’abisso. Un vaso di pandora che Fulci scoperchierà compiutamente nei suoi horror più rinomati tipo L’aldilà, ma che nell’occasione trova un perfetto equilibrio tra giallo e noir tinto di nero pece. Superando di slancio qualsiasi possibile forma di censura, anche autoimposta. Un cinema libero da vincoli che, decine e decine di anni dopo, possiamo solamente ricordare. Con ammirazione e un po’ di vergogna per come siamo diventati. Non solamente in ambito cinematografico.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

4 × 5 =