Samia corre
L’anteprima mondiale al Tribeca Film Festival, poi quella italiana nel concorso di Alice nella Città alla Festa del Cinema di Roma e ancora altre prestigiose selezioni nel circuito festivaliero compresa la proiezione tra gli eventi speciali della 25esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, laddove abbiamo avuto modo di recuperare e apprezzare la pellicola in questione. Queste sono solo alcune delle tappe del percorso di avvicinamento all’uscita nelle sale di Non dirmi che hai paura il prossimo 5 dicembre con Fandango.
Il film diretto da Yasemin Samdereli e Deka Mohamed Osman ha finito con l’emozionare anche la platea della kermesse salentina, portando sullo schermo la trasposizione dell’omonimo romanzo di Giuseppe Catozzella, Premio Strega Giovani 2014, a sua volta ispirato alla storia vera di Samia Yusuf Omar, che nel 2008 a soli 17 anni ha rappresentato la Somalia ai Giochi Olimpici di Pechino, correndo senza velo. Nulla però sarà semplice, Samia infatti dovrà lottare contro un Paese tormentato da fanatismo religioso e dalla guerriglia, e scoprirà che attraversare l’Europa purtroppo è un’impresa – per molti – impossibile. Ma prima ancora dell’odissea tra il deserto e il mare, la narrazione non lineare e frammentata attraverso un palleggio insistito e ben strutturato riavvolgerà le lancette dell’orologio per portarci alla scoperta della bambina che è stata e delle sofferenze che ha dovuto patire a causa della povertà e della dolorosa perdita del padre in un attentato dinamitardo. Il tutto però non le ha impedito di cresce con il desiderio di coronare il suo sogno di voler diventare la donna più veloce della suo terra, una Somalia devastata dai divieti e dalle rappresaglie degli estremisti, in cui le donne vengono mal viste, anche quando hanno talento come lei.
Quella narrata dalle pagine prime della matrice letteraria e da quelle dello script poi è una storia che si muove alternandosi su più piani spazio-temporali e lo fa con grande scorrevolezza e sinergia: da una parte vediamo scontrarsi il sogno di una bambina con la ferocia della realtà, dalle altre assistiamo da prima alla parabola sportiva di un’atleta che trasforma una corsa proibita in una metafora politica di resistenza, disobbedienza, emancipazione e autodeterminazione, infine alla tragedia umana che la costringe a un viaggio della speranza per inseguire una nuova vita e proseguire la propria carriera professionistica altrove.
La potenza che è in grado di sprigionare attraverso il mix di dramma sociale e sportivo, unita al coinvolgimento emotivo agli eventi che hanno come protagonista Samia, rappresentano il carburante che alimenta il motore narrativo, la messa in quadro e le interpretazioni (su tutte quella di Ilham Osman Mohamed) di un’opera che fa suonare in maniera diversa le corde del cuore, accarezzandole con i trionfi su pista e scuotendole con forza quando invece si passa alla tragedia personale e collettiva della donna che rivendica i suoi diritti e della migrante. Queste anime con relativi mood e colori coesistono e si alimentano a vicenda senza che l’una fagocita mai l’altra. Sembra come se Io Capitano mescoli il proprio DNA con Tatami, coni Non dirmi che hai paura che racconta al contempo l’odissea di una migrante come tantissime e l’impresa di una giovane atleta osteggiata da chi è al potere nel suo Paese. Non era semplice trovare il giusto equilibrio tra queste due parti di storie così corpose, complesse e delicate da trattare, ma la regia vi riesce creando un solido ponte che le collega attraverso una scrittura essenziale e ponderata e all’estremo realismo di una messa in quadro e una messa in scena dal taglio documentaristico.
Francesco Del Grosso









