Nitrate

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Esplosioni di colore ed esplosioni letali

A essere ripreso nella prima scena di Nitrate è il pubblico di una festa o parata cittadina, coi rumori delle salve di cannone in sottofondo, ed è proprio uno di quei colpi ad introdurre la prima significativa cesura del cortometraggio: l’inquadratura resta la stessa, ma in negativo.
Con il conciso lavoro di Yousra Benziane, da noi visionato durante la diciottesima edizione delle Giornate del Cinema Quebecchese in Italia, siamo nell’alveo del cinema sperimentale. Non la sola opera a poter essere interpretata così, nella variegata ed eclettica selezione di corti. Di Nitrate ci ha colpito però la volontà di intervenire sulle forme, sul colore, sul suono, sull’essenza stessa dell’immagine cinematografica, agendo poi attraverso la voce fuori campo per applicare a tale operazione un profilo esistenziale ben riconoscibile.

Yousra Benziane gioca sull’ambivalenza del nitrato stesso, sui diversi usi della polvere da sparo in ambito civile (la bellezza degli spettacoli pirotecnici) e in ambito militare. I ricordi del sopravvissuto a un conflitto bellico sono destinati pertanto a confondersi con le sensazioni di gran lunga meno perniciose stimolate, nello stesso soggetto, dal quasi ipnotico susseguirsi di fuochi artificiali. Generando in tal modo un evidente cortocircuito emozionale.
Ma come ad esplorare ancora di più questa magmatica frontiera dell’immaginario, il regista emula a modo suo il nostro Marco Ferreri (vedi Nitrato d’argento, 1996) affrontando e mettendo in scena quella “chimica delle emozioni” che è in fondo il cinematografo, un procedimento evocato sullo schermo attraverso le reazioni che portano alla nascita e alla corruzione delle immagini stesse. In un dialogo incessante tra forma e contenuto, l’idea stessa della guerra (e del ricordo indelebile che lascia in chi le sopravvive) si trova così a essere perfettamente rievocata dall’inquadratura, riproposta ossessivamente, del campo con le croci, che si disfa di continuo davanti allo sguardo turbato dello spettatore.

Stefano Coccia

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