Nico, 1988

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Limoncello e Rock and Roll

Il film di Susanna Nicchiarelli si apre con un’immagine ad effetto. Una bambina, in lontananza, osserva il bagliore di una città in graduale declino. I colori caldi che vanno a sfumarsi nel cielo scuro di Berlino sono sempre stati prerogativa del cinema di fantascienza, che tipicamente si svolge all’interno di uno scenario post-apocalittico e dove tutto ormai ha perso significato. Anziché essere un elemento di forte contrasto, questa scena che decreta di fatto la fine del nazismo è quanto più rappresentativa della figura di Christa Päffgen, creativa e ribelle al punto giusto come si evince sia dalla sua parentesi iniziale come modella, sia dalla sua carriera nella musica come cantante di enorme successo dagli anni ’60. Con i Velvet Underground la donna ha potuto toccare con mano la vetta del successo internazionale, ma non le basta, perché in quel momento altro non è che un membro “che suona il tamburello” a ritmo, niente di più, niente di meno. Per uscire dalla gabbia dove è (metaforicamente) rinchiusa, l’unica soluzione è di affrontare nuove sfide musicali, cambiando notevolmente registro e dedicandosi a veri e propri esperimenti sonori.

Nico, 1988 apre ufficialmente la categoria Orizzonti di questa 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Una partenza che, in questo caso, non ha avuto bisogno di introduzioni o spiegazioni, perché, come lo stesso genere rock insegna, il messaggio arriva dritto al punto. La regista si è voluta soffermare sugli ultimi due anni della storia che coinvolge Christa, un arco di tempo che evidenzia una vita totalmente dominata dall’eccesso in ogni sua declinazione. Come gran parte dei biopic che si concentrano su un’icona del nostro tempo, per funzionare è necessario che questa sia impersonata da un attore (o attrice) che non subisca la sua forza e che sia capace di sorreggerla portando sullo schermo il carattere sotto ogni aspetto, dai vizi più impensabili alle virtù inaspettate. Trine Dyrholm non è stata solo la scelta più azzeccata per il ruolo; l’interprete convince per la sua espressività e il suo atteggiamento sulla scena, trasmettendo tutta l’angoscia che questa artista si porta da tanto tempo. Le canzoni, la musica, inserite nei momenti in cui Nico si trova sul palco, sono elementi di contorno rispetto a quanto Nicchiarelli si è prefissata di raggiungere con questo lungometraggio. Come un vecchio vinile, per conoscerla bisogna ascoltare entrambi i lati, ognuno dei quali contiene diverse tracce che completano in ogni sua sfumatura un disco sempre più poliedrico.
Lo stesso principio viene in pratica proposto se si analizza nel suo complesso la protagonista del racconto. Nella prima parte a emettere il suono è l’archetipo della rock star contemporanea, sregolata, cinica e spietata, ciò che il pubblico appassionato essenzialmente conosce e ha vissuto. Quello che mancava era tuttavia l’atto dimenticato di girare il piatto, liberando così anche la porzione che non è mai fuoriuscita, rimanendo nascosta e impolverata. Una frase che colpisce durante la visione del film è quando le viene chiesto il motivo per cui si porta sempre appresso un registratore portatile. La ragione è che Nico vuole riprendere “il suono della sconfitta”, una sensazione provata proprio nella sequenza iniziale, quando Berlino è sotto assedio per mano americana, e che tornerà presto a sentire in età adulta, quando la droga comincia a consumarla dentro e fuori, e quando si tratta di gestire il difficile rapporto con il figlio.
Nico, 1988 rappresenta una piccola sorpresa cinematografica, che, come una puntina, scava nel profondo della vita dell’artista, descrivendo sia i traguardi indelebili raggiunti sulla scena musicale, sia gli aspetti delicati di donna e di madre che, purtroppo, rimangono in perenne silenzio.

Riccardo Lo Re

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