First Reformed

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7.0 Awesome
  • voto 7

Diario di un curato di provincia

Non è facile fare da guida spirituale ad un’intera comunità, soprattutto al giorno d’oggi ed in un mondo in cui l’essere umano stesso sembra non essere più considerato come tale. Non è facile far sì che la gente ritrovi la fede e la speranza, anche se ci si trova all’interno di una piccola comunità dove la religione è sempre stata parte integrante della vita dei propri abitanti, almeno in passato. Lo sa bene padre Toller (ex cappellano militare, nonché pastore di una piccola chiesetta di provincia), protagonista di uno dei titoli maggiormente attesi, in Concorso alla 74° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia: First Reformed, ultima fatica dell’acclamato cineasta statunitense Paul Schrader, dove alcuni dei leit motiv di tutta la filmografia del regista sembrano, finalmente, trovare un proprio, giusto compimento. Primi fra tutti: i temi della religione e della scoperta di sé stessi, in un modo o nell’altro vere e proprie costanti all’interno della carriera di Schrader stesso.
Il formato in 4:3, unito ad una fotografia virata al grigio, ad inquadrature a camera fissa e ad un copioso uso del grandangolo, sta fin dai primi minuti a suggerirci un contesto apparentemente senza tempo (sappiamo dai dialoghi dei personaggi, che la storia è ambientata nel 2017, ma, di fatto, sia per quanto riguarda le scenografie che gli oggetti di scena – fatta eccezione per un computer – abbiamo l’impressione di trovarci in una sorta di luogo dove il tempo stesso sembra essersi fermato), talmente angusto ed angosciante da rispecchiarsi perfettamente nell’animo del bressoniano padre Toller, tormentato dai sensi di colpa per la morte di suo figlio, dopo averlo costretto ad arruolarsi, ma, allo stesso tempo, con il difficile compito di aiutare una coppia di giovani sposi, Mary e Michael, in attesa del loro primo bambino a ritrovare la fiducia nei confronti della vita. La sua iniziale compostezza e la sua apparente sicurezza, però, inizieranno ben presto a vacillare, al punto di arrivare a prendere, dopo mesi e mesi di terribili tormenti interiori, una decisione a dir poco estrema. Ed ecco che anche l’iniziale (e magistrale!) rigidità registica sembra lasciare il posto, man mano, a movimenti di macchina via via più agili che, insieme ad una musica paragonabile più che altro ad un bordone, ci accompagneranno durante tutto il difficile percorso del protagonista. Da un maestro come Paul Schrader, d’altronde, viene praticamente naturale aspettarsi una tale padronanza del mezzo cinematografico. Stesso discorso vale per Ethan Hawke, il quale rende alla perfezione i vari cambi di registro del protagonista, in un crescendo di emozioni, senza mai andare sopra le righe.
Purtroppo, però, all’interno di un prodotto che sa ben mettere in scena l’intimo dei personaggi e che, malgrado il tema trattato, evita di scadere in banali clichés, sporadiche cadute di stile – prima fra tutte: la scena, quasi onirica, in cui vediamo il protagonista sollevarsi dal suolo insieme alla giovane Mary, compiendo, insieme a lei, una sorta di “viaggio” immaginario – alcuni elementi lasciano intuire che Schrader stesso, preso probabilmente dalla foga del voler raccontare una storia che – come egli stesso ha dichiarato – aveva in serbo da quasi cinquant’anni, si sia lasciato prendere un po’ troppo la mano.
Peccato. Soprattutto perché, nonostante la qualità complessivamente buona del lungometraggio, da un cineasta come Paul Schrader ci si sarebbe aspettato molto, ma molto di più. Ma tant’è. Ad un autore del suo calibro si perdona questo ed altro.

Marina Pavido

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