My Piece of the Earth

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il mio piccolo angolo di mondo

Longtemps, je me suis couché…così inizia uno dei più importanti testi letterari del ‘900, “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. Il libro è l’opera monumento dello scrittore che in esso condensa tutto sé stesso. Fatte le dovute proporzioni, qualcosa di molto simile al capolavoro proustiano viene fatto anche dalla fotografa e produttrice georgiana Maka Gogaladze in questo My Piece of the Earth, documentario in concorso al 39° Bergamo Film Meeting nella sezione visti da vicino, il quale rappresenta per la Gogaladze l’esordio alla regia in un lungometraggio.
Se per lo scrittore francese l’attivazione della memoria di ricordi lontani è rappresentato dal gusto di una madeleine per la regista è invece rappresentato dalla visione della sua vecchia casa di famiglia a Tbilisi distrutta da un incendio. Dopo molti anni vissuti ad Instabul per fuggire dal dolore e tentare di ritrovare una propria dimensione, Maka torna a casa e decide di recuperare il tempo della sua infanzia, legato ai luoghi nei quali essa è trascorsa. Inizia così un viaggio per immagini attraverso il quartiere della capitale georgiana dove visse da bambina nel tentativo di recuperare quel suo piccolo pezzo di mondo che per anni ha rappresentato tutto il suo universo. La pellicola, nelle intenzioni della regista, pare assumere il valore di terapia e catarsi per poter elaborare quello che nei fatti è un lutto, la perdita della casa avita con tutti i ricordi ad essa legati. La Gogaladze desidera che vediamo ciò che ha visto lei, vuole farci capire cosa ha provato e cosa prova. I luoghi ripresi hanno evidentemente una grande importanza per la regista, cosa che riempie le immagini di un significato che a volte ci sfugge. Ci pare anche di intravedere un intento collaterale nelle intenzioni dell’autrice: conservare immagini della vecchia Tbilisi prima che scompaia, ingoiata dalla corsa alla modernità.
È davvero una ricerca del tempo perduto, di qualcosa che non c’è più ma che si desidera ardentemente che esista ancora. La testarda ricerca dei ricordi legati al suo tempo passato, il tentativo di riportarli a galla e cullarvisi si scontra inevitabilmente con un fatto: il tempo passa inesorabile e ciò che è perduto nelle sue pieghe non si può recuperare. Questa consapevolezza, mai realmente dichiarata nella pellicola, ammanta l’intera opera di una grande malinconia. L’arte, benché strumento potente e malleabile, non può resuscitare ciò che non è più, nonostante ciò è utile per combattere l’alienazione e lo spaesamento che la perdita dei riferimenti e spazi fisici porta con sé.
Per Proust lo strumento dell’arte che meglio si presta a recuperare il ricordo del tempo perduto e fissarlo perché non vada distrutto è la letteratura. Chissà cosa avrebbe pensato del cinema e delle sue possibilità.
Le persone ed i luoghi immortalati da Maka Gogaladze perché legati alla sua infanzia rimarrano sempre, vividi come in un sogno ad occhi aperti. Chissà se a Proust ciò sarebbe piaciuto.

Luca Bovio

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