My Little Sister

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Come Hansel e Gretel

Fratello e sorella. Teatro e vita. Salute e malattia. Svizzera e Germania. Un lungometraggio che viaggia su parecchi binari paralleli, il presente My Little Sister (titolo originale Schwesterlein), ultima fatica delle registe svizzere Stéphanie Chuat e Véronique Reymond, presentata in corsa per l’Orso d’Oro alla 70° edizione del Festival di Berlino.

Un lavoro, il presente, che si rivela immediatamente assai complesso, date le sue mille sfaccettature e la delicatezza dei temi trattati, e che, pertanto, risulta anche fortemente a rischio di retorica e scivoloni di ogni genere. Ma se, dal canto loro, le due giovani cineaste sono riuscite in qualche modo a cavarsela, dall’altro canto, questo My Little Sister, qualche imperfezione ce l’ha eccome. Ma andiamo per gradi.
Lisa è una sceneggiatrice che, al fine di seguire suo marito in Svizzera, ha rinunciato alle sue ambizioni lavorative. Sven, suo fratello gemello, è, invece, un affermato attore teatrale. Nel momento in cui quest’ultimo si ammala di leucemia, Lisa decide di tornare a Berlino per stargli vicino e aiutarlo. Da quel momento in avanti, la sua vita sarà divisa tra due nazioni, tra il desiderio di tornare a scrivere e la difficile quotidianità.
I legami tra fratelli gemelli, si sa, sono forti quasi più di ogni altro legame. Stesso discorso vale per il rapporto tra Lisa e Sven, ognuno dei quali dà linfa vitale all’altro, ora donandogli il midollo per un trapianto, ora fornendo nuovi spunti per progetti lavorativi, ora, semplicemente, supportandolo in ogni difficile momento della vita. E le due registe, dal canto loro, si sono volute concentrare proprio su questo legame speciale, assai più forte e complesso di quanto inizialmente possa sembrare. A prendere vita, dunque, è un lungometraggio estremamente intimista, profondo e stratificato, dove assai frequenti sono le dicotomie del quotidiano, per altrettante strade e scelte di vita che potrebbero cambiare il futuro di punto in bianco.
Lisa e Sven, malgrado la distanza, malgrado il fatto che entrambi si trovano, ormai, nell’età adulta, sono rimasti pur sempre come due bambini. Proprio come Hansel e Gretel nella celebre favola dei fratelli Grimm. Ed ecco che, improvvisamente, il teatro diventa la tanto desiderata casetta di marzapane, mentre la malattia assume tutte le connotazioni della strega cattiva. Cosa nascerà da questo loro rapporto così stretto? Di certo, quello che ne verrà fuori, sarà qualcosa di immortale. A prescindere dai destini dei due fratelli.
Se, dunque, nel presente My Little Sister viene descritto molto bene il legame tra Lisa e Sven, dall’altro canto, come sovente capita nel momento in cui ci si rapporta a situazioni del genere, le registe non hanno saputo resistere, in determinati momenti, a una pericolosa retorica e a una messa in scena che ha tutto il sapore di cose già ampiamente viste e riviste. E così, come ben possiamo immaginare già dai primi minuti, tutto procede secondo un copione assai prevedibile e complessivamente scontato. Non vi sono particolari guizzi o ribaltamenti, in My Little Sister. Così come – fatta eccezione per momenti delicati, teneri e ben riusciti – non v’è nulla di particolarmente degno di nota, che faccia sì che questo lavoro di Stéphanie Chuat e Véronique Reymond possa restare impresso nella memoria, senza confondersi con molti altri lavori già realizzati negli anni scorsi.
Eppure, malgrado, la scarsa riuscita dell’intero lungometraggio, qualcosa che spicca su tutto c’è: Nina Hoss, nel ruolo di Lisa, ci ha regalato una grandissima prova d’attrice. E nel caso in cui, qui alla Berlinale, dovesse ricevere un premio, di certo la cosa non sorprenderebbe nessuno.

Marina Pavido

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