My Dear Prime Minister

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Urge una toilette

Da qualche anno a questa parte alla Festa del Cinema di Roma l’India è diventata una presenza costante nella line up, tanto da aggiudicarsi anche un premio del pubblico nel 2015 con Angry Indian Goddesses, buddy movie al femminile realizzato da Pan Nalin. Del resto da una simile bulimica, generosa, variegata e inesauribile produzione è impossibile non attingere almeno un’opera. Nella 13esima edizione della kermesse capitolina a difendere i colori della bandiera indiana è stata chiamata la sesta fatica dietro la macchina da presa di Rakeysh Omprakash Mehra dal titolo My Dear Prime Minister, presentata all’interno della Selezione Ufficiale .
La scelta del comitato di selezione guidato da Antonio Monda è caduta su un’opera che qualcuno ha definito un “Bollywood for dummies”, ossia il tipico e rappresentativo prodotto nazional-popolare made in India per principianti, adatto a coloro che hanno un quadro piuttosto limitato della produzione nazionale. Trattasi, infatti, di un film che ha nel proprio DNA caratteri narrativi e drammaturgici, ma soprattutto temi e stilemi, fortemente riconoscibili e riconducibile all’idea che il pubblico generalista – soprattutto Occidentale – ha della filmografia della nazione in questione. In tal senso, ci troviamo di fronte ad una scelta convenzionale e di facile codifica. Immancabili sono, infatti, le coloratissime e coinvolgenti parentesi danzeresche e canore che sull’onda di coreografie più o meno riuscite si affacciano puntualmente come un orologio svizzero sulla timeline di turno. In My Dear Prime Minister non mancano e accompagnano in puro stile musical bollywoodiano la vicenda di Kannu, un bambino di otto anni che vive con la madre single, Sargam, a Gandhi Nagar, una baraccopoli di Mumbai chiamata così in onore del Mahatma Gandhi. A Gandhi Nagar c’è la televisione satellitare, ci sono frigoriferi, c’è internet e ci sono smartphone in ogni casa, ma mancano i servizi igienici. Così le donne sono costrette a uscire di notte e a vagare nell’oscurità per evacuare. Una notte, uscita per soddisfare i suoi bisogni naturali, Sargam viene violentata. Kannu si lascia allora assorbire dal pensiero fisso della costruzione di un gabinetto per tenere sua madre al sicuro, ed è disposto a fare qualsiasi cosa per realizzare il suo proposito.
Quella firmata da Mehra è una dramedy di impegno civile che passando per un’alternanza tra dramma sociale, musica, melò e i toni più leggeri di una favola porta sul grande schermo un vero e proprio atto di denuncia nei confronti della violenza di genere e degli abusi di potere, in un Paese dove il divario tra ricchezza e povertà è abissale tanto quanto quella tra giustizia e illegalità. My Dear Prime Minister usa le “armi” in suo possesso per assolvere alla sua duplice missione di prodotto di intrattenimento e di veicolo di diffusione di massa di uno e più messaggi dal peso specifico significativo. Nel costruire la sua nuova pellicola, il cineasta ha tenuto conto di entrambe le esigenze, optando per una storia che si fa portatrice sana di valori e ammonimenti. In entrambi i casi il risultato ne rispecchia gli intenti, grazie ad una narrazione che ad una manciata di sorrisi affianca anche qualche momento di sincera commozione. Certo l’originalità non è il piatto forte del menù, visto che nel corso della visione, ma anche da una prima lettura della sinossi, la mente rileva non poche analogie e similitudini con Trash di Stephen Daldry e The Millionaire di Danny Boyle, ma i fini restano comunque nobili e meritevoli di attenzione. Basta scorrere le cifre riguardanti gli abusi sessuali subiti da donne e bambini in India negli ultimi decenni, riportate nei titoli di coda, per capire perché questa come tante altre storie doveva essere raccontata in un film. Merito di Mehra quello di averlo fatto.

Francesco Del Grosso

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