Mustang

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7.0 Awesome
  • voto 7

Turchia selvaggia

In Concorso per Alice nella Città alla Festa del Cinema di Roma 2015, l’opera prima della giovane turca Deniz Gamze Ergüven.
Cinque spose in erba, cinque prede “uniche”, cinque discepole indisciplinate, di una logica di compromesso sessista.
Mustang. Creature selvagge nella babilonia delle ipocrisie e della natura irrefrenabile, che scuote inferriate posticce, confusa con la modernità già tra-passata, de-tenuta, che bussa all’uscio chiedendo donne che siano persone prima che mogli, modernità inascoltata e pericolosa.
Selma, Soany, Ece, Nur e la piccola Lale, il periscopio oltre la cupola di menzogna, violenza e solitudine, il grimaldello contro la segregazione, la nuova miccia per una dolorosa necessaria liberazione. Tumulate in casa, arroccata sopra scritte di amori infantili e inevitabili, incancellabili, tumulate nella “fabbrica delle mogli” a stendere pasta e preparare corredi. Supervisionate dai carcerieri della famiglia mutila, la nonna timorosa, corrosa dal rimorso e da un coattivo servilismo genetico, ma anche fragile e defraudata da ciò che non può controllare, e lo zio collerico, oltremodo ottuso, retrogrado repress(iv)o retaggio di una società che ha terrore di evolversi, di vedere erosi gli zoccoli duri del potere, e deraglia dentro mura spesse e separazioni pigramente sessuali che sotterraneamente facilitano odi e inganni. Arriva Mustang, in uscita in Italia il 22 ottobre. Già presentato alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015 e vincitore del premio Label Europa Cinemas, è stato definito, in pre-proiezione per il Concorso di Alice nella Città, il “vincitore morale” dell’ultima kermesse cannense.
Cinque spose turche, cinque ragazze interrotte, cinque cavalli indomabili. Il giardino è chiuso, da sbarre progressive e remissive, a queste “vergini” suicide che vogliono guardare oltre il proprio naso, esplorare i propri istinti. Un gioco bagnato coi i sessi appoggiati su spalle maschili, a pochi metri dalla spiaggia insieme ai compagni coetanei dopo la scuola, una innocente battaglia di incitamenti e schizzi, diventa la miccia per un’implosione medievale nelle mura domestiche. Una vicina di casa spiffera una verità fraintesa e sibillina. La nonna piegata dai sensi di colpa e dall’abitudine ad una società paternalisticamente costrittiva, si impone di relegare le cinque nipoti in un regime di economia familiare e serrature mentali.
Cinque le protagoniste in fuga da una troppo breve adolescenza, come ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola (USA 1999), contropartita inevitabile ma non scontata, ispirate ad un racconto letto dalla regista/sceneggiatrice Deniz Gamze Ergüven in tenera età. Probabilmente influenzata dalle infanzie negate dei Dardenne e dall’anarchia problematica del turco “migrante” Fatih Akin, Deniz infrange e ricostruisce il castello sessista omertoso tradizionale, per schierarci al suo interno insieme alla cinque fanciulle alle quali è negato il diritto di scegliere in qualsiasi modo il corso del proprio destino. Matrimonio combinato, penitenza, umiliazione soffocata, l’unica chiave di lettura del futuro. Alcune di loro si presteranno, altre voleranno via da finestre invisibili, altre fuggiranno nel proprio altrove fatto di sesso occasionale o di ponti sospesi su città troppo grandi per non accogliere chi vuole sentirsi diverso. La regista imprigiona lo sguardo, ostaggio della miopia della civiltà turca e mimetica costante mai intromessa, ci lascia scivolare nell’impresa delle sue cinque ragazze.
Mustang, cinque prove di libertà.

Sarah Panatta

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