Mio figlio

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6.0 Awesome
  • voto 6

Da qualche parte nel bosco

Non arrivava di certo alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, dove è stato presentato nella Selezione Ufficiale, con i favori dei pronostici e sulla scia di commenti entusiastici da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, di conseguenza, le aspettative nei confronti di Mon garçon (Mio figlio nella titolazione italiana), erano piuttosto basse. La storia ci insegna, però, che nonostante le cattive voci di corridoio il beneficio del dubbio va sempre dato. Noi, una possibilità alla pellicola di Christian Carion abbiamo voluto dargliela, in primis per la qualità delle opere che il cineasta francese aveva portato sul grande schermo in passato. Opere come Una rondine fa primavera, gran successo di pubblico in Francia, così come il successivo Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia, presentato in concorso al Festival di Cannes del 2005, e nominato agli Oscar® e ai Golden Globe come miglior film straniero, non possono e non devono essere dimenticate. Ciò non significa che il regista di turno debba vivere di rendita, continuando a lavorare sugli allori grazie ai riscontri ottenuti nei bei tempi che furono. Nel caso di Carion, infatti, le pellicole successive (En mai, fais ce qu’il te plaît e L’Affaire Farewell) non hanno raggiunto i livelli di quelle d’esordio, compresa quest’ultima della quale ci apprestiamo a parlare. C’è chi ha additato il film come un tentativo maldestro di replicare in scala ridotta l’action-thriller Taken di Pierre Morel, chi è andato a scomodare persino Ransom – Il riscatto di Ron Howard, solo e soltanto per una serie di analogie rintracciabili nei plot. Le analogie esistono, del resto basta sbirciare nella sinossi di Mon garçon per accorgersene, ma al di là di quelle le differenze, nel bene e nel male, sono sostanziali e ben evidenti.Qui ci troviamo al seguito di Julien, un uomo appassionato di un lavoro che lo porta a a viaggiare molto all’estero. Quasi mai a casa, le sue continue assenze hanno causato, già da qualche anno, la fine del suo matrimonio. Durante una sosta in Francia, l’uomo scopre un messaggio della sua ex moglie sulla segreteria telefonica: il loro bambino di sette anni è scomparso durante una gita in montagna con la scuola. Julien corre a cercarlo e nulla sembra poterlo fermare. Mon garçon è senza ombra di dubbio ad oggi il tassello più debole della filmografia del cineasta di Cambrai, ma per quanto ci riguarda non merita una severa bocciatura, perché nonostante le indubbie fragilità riscontrate nella script, qualcosa di positivo nel complesso dell’opera in grado di cristallizzarla sulla linea della sufficienza esiste. Quel qualcosa è l’esplosione della tensione in quei passaggi dove dalle parole si passa ai fatti, con la violenza che prende una volta per tutte il sopravvento sulla stasi. Ma se questi passaggi disseminati a macchia di leopardo nella timeline riescono a mantenere a galla il film, il merito non è di certo della scrittura che, come abbiamo già detto, ha non pochi limiti. Sono la messa in quadro e la regia di Carion ad alzare la temperatura di ebollizione della singola scena, come nel caso dell’aggressione di Julien al nuovo compagno dell’ex moglie o delle torture inflitte dal protagonista a uno degli antagonisti (non entriamo nel dettaglio per evitare di incorrere in spoiler). Dalla lista di cose che non funzionano nella scrittura ci sentiamo di sottrarre i personaggi che la animano. Quest’ultimi sono sufficientemente delineati, tridimensionali dal punto di vista delle sfumature caratteriali e delle rispettive evoluzioni interne al racconto. A giovarne sono soprattutto gli attori chiamati a dare loro voce e corpo. In tal senso, Guillame Canet e Mélanie Laurent non firmano le performance della vita, ma aiutano con le loro interpretazioni a dare forza ed emozioni al racconto, quelle che la scrittura di Laure Irrmann e dello stesso Carion non è stata in grado di generare. A conti fatti, l’anello debole dell’operazione sta nel mix, ossia nel come il regista e la sceneggiatrice che lo ha affiancato hanno assemblato le componenti narrative, drammaturgiche e i toni: giallo, dramma familiare e revenge movie si cedono in continuazione il testimone e lo switch non è sempre ben oleato, bensì meccanico. In particolare, la linea mistery soffre in più di un’occasione il tentativo costante ed evidente di fare tornare i conti.

Francesco Del Grosso

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