Maria Maddalena

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il cammino della fede

Può un prodotto audiovisivo, nello specifico cinematografico, gettare una nuova luce su una figura per riaccreditarla e restituirle la vera essenza e la giusta immagine dopo secoli di oltraggiose e infamanti accuse? Per molti no, per altrettanti invece si e tra coloro che si schierano tra i possibilisti convinti c’è anche il regista Garth Davis, che con Maria Maddalena, nelle sale nostrane con Universal Pictures a partire dal 15 marzo dopo la première dello scorso fine febbraio all’Audi Dublin International Film Festival 2018, ha tentato con i strumenti in suo possesso di rimettere le cose al loro posto. Al di là del risultato, il merito che va riconosciuto a lui e alla coppia di sceneggiatrici formata da Helen Edmundson e Philippa Goslett è quello di averci creduto e coraggiosamente provato.
Quello firmato dal cineasta australiano, qui alla seconda fatica dietro la macchina da presa per il grande schermo dopo Lion, è un autentico ed umano ritratto di una delle figure spirituali più enigmatiche e fraintese della storia. In tal senso, Maria di Magdala è stata identificata e accostata per lungo tempo ad altre figure di donna presenti nei vangeli e tutte con un comune denominatore, quello di peccatrice penitente: si passa da Maria di Betania, la sorella di Marta e del risorto Lazzaro, alla peccatrice che unge i piedi a Gesù a casa di Simone il Fariseo, sino all’adultera salvata dalla lapidazione. Lo dicono le scritture: «Ed ecco, una donna che era in quella città, una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato; e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l’olio.» (Luca 7:36-5) Ipotesi o convinzioni, queste, tramandate nei tempi e purtroppo entrate nell’immaginario comune, ma che per fortuna sono entrate in “conflitto” con quelle parole che smentiscono quanto sopra riportato. Ed è su tale versione dei fatti, sulle narrazioni evangeliche che ne delineano la figura attraverso alcuni versetti che la dipingono come una delle più importanti e devote discepole di Gesù, nonché tra le poche a poter assistere alla crocifissione e – secondo alcuni vangeli – la prima testimone oculare e la prima annunciatrice dell’avvenuta resurrezione (da Giovanni 20,1;20,18: «Nel giorno dopo il sabato, Maria Maddalena si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro… Maria Maddalena andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.»), che Davis ha dato forma e sostanza drammaturgica al suo film. Per farlo passa attraverso il più classico dei biopic religiosi, raccontando la storia di Maria, una giovane donna alla ricerca di un nuovo stile di vita. Costretta dalla società gerarchica del tempo, Maria sfida la sua famiglia tradizionale per unirsi ad un nuovo movimento sociale guidato dal carismatico Gesù di Nazareth. Presto trova la sua dimensione nel movimento e nel cuore di un viaggio che la condurrà sino a Gerusalemme.
Ne viene fuori una storia che parla di un cammino di fede, di ricerca d’identità, ma anche di senso di colpa e di ribellione nei confronti di un sistema maschile, maschilista e patriarcale che affonda le sue radici nella notte dei tempi, ma che visto ora è ancora tremendamente e pericolosamente attuale. Maria Maddalena è una biografia appassionata, ma non sempre appassionante, dove a passaggi emotivamente toccanti come la scena dell’esorcismo notturno nel fiume, quella della folla che assale Gesù dopo i miracoli o quella dell’arrivo di Maria Maddalena e Pietro nel villaggio raso al suolo dai romani nella regione della Samaria, ve ne ne sono altrettanti dove il flusso empatico subisce una brusca sterzata per lasciare spazio a digressioni e momenti di stanca che non fanno che aggiungere scene e accumulare minutaggio sulla timeline. A risentirne è in primis la fruizione, che trasforma la visione in un continuo sali e scendi di momenti più o meno efficaci, la cui riuscita dipende nella stragrande maggioranza dei casi dalla sintonia tra la scrittura, la direzione e in primis l’interpretazione degli attori chiamati in causa. Sono proprio quest’ultimi, nella fattispecie Rooney Mara e Joaquin Phoenix, calatisi in maniera intensa e partecipe rispettivamente nelle vesti non semplici di figure innumerevoli volte rievocate e rappresentate in tutte le salse possibili e immaginabili sul grande e piccolo schermo, il motore portante che sposta gli equilibri e di conseguenza le sorti della narrazione. Sono loro a scaldare i cuori, ad alzare l’asticella ogniqualvolta la scrittura glielo consente e sono loro, con le proprie caratteristiche e bravure recitative ad aumentare il peso specifico e lo spessore delle scene. Insieme o individualmente sulla e nella scena fanno e producono quello che il solo scritto non sarebbe capace di garantire allo spettatore di turno. Insomma, quando Maria Maddalena funziona è perché tutto funziona, a cominciare dall’apporto attoriale e dalla presenza convita nel quadro dei due interpreti principali. Si crea di fatto una dipendenza forte, che non può prescindere proprio dalla presenza di Mara e Phoenix sullo schermo. Questa dipendenza è al tempo stesso il punto di forza e il tallone d’Achille dell’opera. Un’opera, questa, che vive e sopravvive grazie a sussulti, pregevoli pennellate di lirismo (vedi le sequenze subacquee) e straordinari scenari naturali mozzafiato tutti nostrani (girato nel Sud Italia con location che vanno da Gravina in Puglia a Trapani, passando per l’immancabile Matera, laddove Gibson e Pasolini hanno realizzato i loro The Passion e Il Vangelo secondo Matteo), costruita visivamente, tra alti e bassi per quanto concerne il contributo dei VFX (l’arrivo a Gerusalemme non ha l’impatto che avrebbe dovuto avere), per richiamare i kolossal biblici e religiosi vecchio stile grazie a tecniche di ripresa old style come infiniti carrelli ottici e un uso assiduo di focali grandangolari. Decisamente meno spettacolare, spettacolarizzante e cruento della controversa pellicola diretta da Gibson nel 2004 (basta vedere la differenza su come viene resa la crocifissione), Maria Maddalena è un film più contenuto e intimista, che non cerca l’effetto ma punta a restituire l’umanità, il conflitto interiore, le paure, ma anche le convinzioni del personaggio che ritrae. Questo è l’aspetto che più ci ha convinto del film di Davis.

Francesco Del Grosso

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