Loving Vincent

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6.0 Awesome
  • voto 6

Il primo film interamente dipinto su tela, tra noir impressionista e dramma “animato”

Dall’orecchio tagliato alla fuga campestre, le lettere al fratello e le gite in barca, i dipinti sotto la pioggia e le stagioni bruciate, passato e presente del genio incompreso van Gogh in un film che mescola, corrompe, respira una multidimensionalità affascinante ma non trascinante. Nelle sale italiane solo per tre giorni, il 16, 17 e 18 ottobre, Loving Vincent, coproduzione anglo-polacca diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, è il primo lungometraggio (di animazione) completamente dipinto su tela, che tenta con grande dispendio di risorse e idee una rassegna vividamente fugace, una “mostra” in movimento di alcuni episodi della vita di uno degli artisti più enigmatici e influenti del ‘900.

Un suicidio misterioso, una corrispondenza in sospeso, la traccia di uno spirito geniale tra i filari delle campagne, le increspature del fiume, i vicoli della città.
Oltre mille dipinti, tradotti in oltre 65mila fotogrammi, un team multiculturale di 125 artisti da tutto il globo per ricostruire le ultime ore di van Gogh e alcuni momenti salienti della sua evoluzione umana e creativa, tra l’Olanda protestante di una famiglia numerosa e irrigidita nel suo dolore doveroso, e la Francia delle opportunità e rivalità, delle solitudini, delle luci nuove e degli amici inattesi, del legame indissolubile con il fratello Theo. La narrazione fluisce piana tra noir e dramma ottocen-tesco, attraverso la spettacolare linearità della pittura che richiama e rielabora i più celebri e signi-ficativi quadri vangoghiani, compresi i suoi magnetici autoritratti.
Passando dal 4:3 al 16:9, dal limen della tela all’immisurabile evanescenza della visione filmica, variando il racconto tra colori smaglianti e un bianco e nero nostalgico e sfuggente, soffice, spumoso come un mare fatto di plaghe e tempeste, Loving Vincent trasporta lo spettatore nel video-game dell’animazione analogico-digitale, contaminando nella Settima Dimensione del Cinema, lo “spazio” del quadro pittorico e di quello filmico/fotografico, l’inquadratura rocambolesca filmata dal vivo e la vibrazione (in)naturale generata dalla realizzazione tramite la tecnica del rotoscopio rubata ai cartoon dei primi del ‘900.
Tra artigianalità e fantascienza odierna delle scene filmate su green screen e quindi ricalcate inte-ramente ma su tela, Kobiela e Welchman recuperano una prassi del primi del ‘900 sfruttando la cangiante peculiarità cromatico-luminosa della pittura dal tratto impressionista, innescando un pro-cesso di replica e di mimesi fatto di linguaggi diversi. La pittura imita la “scena” filmata che imita la realtà che mima la vita tra fiction e verità. Nello scarto di qualità e di senso tra i numerosi passaggi, indistinguibili nell’elegante avventuroso risultato, la trama in sé, se non quella della tela, si acquatta quasi troppo esile storia di un giovane intraprendente, Armand Roulin, che nella Francia del 1891 parte per un viaggio inatteso per consegnare una lettera di Vincent van Gogh al fratello medesimo di Vincent, Theo. Incontrando locandiere affascinanti e generose, ambigui dottori depressi dal rango borghese, giovani bellissime e talentuose, e barcaioli vivaci e chiacchieroni, Armand ricompone parte del passato di van Gogh, tra delusioni, malattia, desideri e umiliazioni, gioie e tabù, trovando forse anche la propria ragione di vita.

Sarah Panatta

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