Brutti e Cattivi

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6.0 Awesome
  • voto 6

Il circo del crimine

Roma non se la sta passando molto bene. Continuamente stretta nella morsa della malavita e della corruzione, non riesce a riemergere più, tornando a essere la città al centro del mondo, della civiltà e della cultura. Ci vorrebbe uno come Jeeg, un cazzuto che non gliene frega nulla delle gente normale ma con un “core” grande quando si tratta di difendere i più deboli. Ecco, scordatevi pure di lui, perché anche Claudio “Ceccotti” Santamaria si è purtroppo convertito (in senso cinematografico) tra le fila nemiche. Senza capelli (ha alcune ciocche che le usa come riporto), e per giunta senza gambe, “Il Papero” è un ladro (imp)avido e senza scrupoli. Assieme alla sua compagnia vuole però “fare er botto dei botti”: rapinare una banca che ricicla denaro sporco della Triade cinese. Assieme a lui, una banda di tutto rispetto, formata da tre membri con delle peculiarità invidiabili. “La Ballerina”, una bellezza sia nel volto che nelle movenze nonostante sia priva delle braccia, è l’amante che il protagonista ha sempre desiderato. “La Merda”, con i rasta a coprire la faccia usurata dalla droga, fa costantemente uso di marijuana, ma rappresenta l’amico fidato del Papero, uno su cui contare. Ultimo, ma non per importanza, è la chiave che serve ad accedere al sogno chiamato ricchezza. Plissé, un nano con la passione per il rap, conosce tutti i segreti di qualsiasi cassaforte presente sul mercato, dai complessi meccanismi interni ai difetti che la rende invulnerabile.

Pare Frodo”, afferma Santamaria riferendosi all’Hobbit tatuato quando lo si vede all’opera. La Compagnia è dunque al completo, nell’opera prima di Cosimo Gomez Brutti e Cattivi, presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 74° Mostra del cinema di Venezia. La storia sviluppa una serie di personaggi essenzialmente condannati. Non riguarda solamente il fisico, imperfetto e debole, ma la condizione sociale da sbandati. I Freaks della capitale non hanno nessuno in grado di sostenerli, a parte loro stessi. In The Elephant Man di Lynch c’è una sola persona, il dott. Frederick Treves, a ritenere John Merrick un essere umano normale, nonostante la malformazione nel volto e nel corpo. Qui no, perché il distacco con la società esterna è sempre più lampante. Tutto intorno a loro è qualcosa di estraneo, che li impedisce di realizzarsi. Per questo giocano l’ultima carta, quella della rapina, l’unica vera occasione di rilancio sociale. In questo mondo, l’unico modo per essere notati e riconosciuti, oltre alla fama, è avere soldi, a palate. Solo così tutti i difetti svaniscono, o meglio vengono occultati da una visione che viene attribuita in superficie da persone esterne.
Il film tuttavia non va oltre questo concetto, per altro importante e sul quale è necessario una riflessione approfondita al di fuori del contesto cinematografico. Brutti e Cattivi vuole essere un racconto frivolo, scherzoso, giocando con gli stereotipi di uso comune, ma in alcuni punti sa essere spietato con i suoi personaggi. I protagonisti sono infatti il vero grande motivo di spinta dei tutta la narrazione, senza i quali rimarrebbe un vuoto assordante e fastidioso. Gli attori sono capaci di tenere in piedi il film, con interpretazioni di contrasto che cercano di allontanarsi dalle vesti precedentemente indossate. “La Merda” (Marco D’Amore) non è il pericoloso e spietato Ciro di Gomorra; “Il Papero” (Claudio Santamaria) non è l’eroe di quartiere Enzo de Lo chiamavano Jeeg Robot; “La Ballerina” (Sara Serraiocco) non è Rita, la ragazza presa in ostaggio di Salvo. Su questo aspetto gli interpreti riescono nell’intento di restituire un’impronta inedita alle proprie maschere, garantendo una minima profondità psicologica sia nelle espressioni che negli atteggiamenti. Gomez ci mette il suo, con una regia dinamica di buon livello, coadiuvato da una fotografia di spessore che varia non casualmente da colori caldi a quelli freddi.
Brutti e Cattivi rappresenta un film di genere da tenere d’occhio, considerate le criticità del cinema italiano odierno. Rimane purtroppo l’amaro in bocca per quanto riguarda il contenuto del lungometraggio, che non ha osato di più nella fase narrativa virando su scenette futili e situazioni al limite del paradosso.

Riccardo Lo Re

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