Lontano lontano

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Alla volta delle Azzorre

Apprezzato anche nelle vesti di regista dal 2008 – anno in cui ha diretto Pranzo di Ferragosto, la sua opera prima – l’attore, sceneggiatore e cineasta Gianni Di Gregorio è giunto ormai alla sua quarta regia. E nella sua ultima fatica – Lontano lontano – come di consueto, veste anche i panni di uno dei protagonisti, per un simpatico road movie in cui al centro della vicenda sono tre pensionati, amici da molti e molti anni, che, di punto in bianco, decidono di dare una svolta definitiva alle loro vite.

Questa, dunque, è la storia di Attilio (il compianto Ennio Fantastichini), bizzarro robivecchi, di Giorgetto (Giorgio Colangeli), ex impiegato che fatica ad arrivare a fine mese, e del cosiddetto Professore (lo stesso Di Gregorio), insegnante di latino in pensione che non sa più come impiegare il molto tempo libero a disposizione. Al fine di faticare meno per arrivare a fine mese, i tre decidono di trasferirsi in quello che viene indicato come un vero e proprio paradiso fiscale. E così, ha inizio un lungo viaggio alla volta delle Azzorre. Un viaggio che, tuttavia (e come ben si può immaginare), non sarà privo di imprevisti.
Siamo d’accordo, Gianni di Gregorio, nel corso della sua lunga e prolifica carriera, di soddisfazioni ce ne ha regalate eccome. Ma, volendo concentrarci esclusivamente sulla sua carriera da regista, se pensiamo al fortunato e apprezzato Pranzo di Ferragosto, non possiamo non notare come la qualità dei film da lui diretta sia, purtroppo, progressivamente calata. E se, a loro tempo, Gianni e le donne (2011) e Buoni a nulla (2014) avevano fatto storcere il naso a molti, malgrado l’indubbia presenza di spunti interessanti, stesso discorso vale per il presente Lontano lontano, dove, di fianco a una storia tutto sommata garbata, gradevole e delicata (peculiarità, questa, proprio del cinema di Di Gregorio), vi sono non pochi luoghi comuni che, nel complesso, altro non fanno che trasmettere allo spettatore una spiacevole sensazione di già visto.
E la tal cosa riguarda principalmente la sceneggiatura in sé e i numerosi episodi, costellati di incontri, che accadono ai tre protagonisti a partire dal momento in cui decidono di intraprendere il loro viaggio. Sono, in fin dei conti, i temi della crisi finanziaria, di una situazione – questa italiana – in cui non è sempre facile arrivare a fine mese e, non per ultimo, il tema dell’immigrazione a essere trattati nel presente Lontano lontano. Temi che, di fatto, sono già stati più e più volte trattati in lungometraggi realizzati precedentemente, ma che, nonostante tutto, ogni volta ci vengono riproposti in salse diverse. Stesso discorso vale per la collaudata formula “on the road”, a quanto pare la prediletta, al momento, di chi decide di fare cinema in Italia oggi.
Ma tant’è. In fin dei conti, non si può non riconoscere a Lontano lontano una certa poesia di fondo che, unita a una genuina onestà, riesce a donare all’intero lavoro anche una propria, definita personalità. Una domanda, però, sorge spontanea: quanti film che trattano, ognuno a modo proprio, sempre gli stessi temi dovremo vedere ancora prima che si inizi a percorrere nuove strade?

Marina Pavido

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