La donna dello Smartphone

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Contenitori di storie e di immagini

Uscirà il 5 marzo in contemporanea nelle sale e su Indiecinema, nuovo portale dedicato agli esiti più interessanti del cinema indipendente italiano, l’ultima fatica registica di Fabio Del Greco, cineasta autarchico e controcorrente della cui filmografia ci siamo occupati spesso, su CineClandestino. La donna dello Smartphone ovvero una vita dentro un telefono. La vita in questione è quella del personaggio interpretato da Silvana Porreca, per la prima volta sul grande schermo da protagonista, ma al contempo “prigioniera”, se così si può dire, di uno di quei telefonini cui affidiamo ormai la cronistoria delle nostre azioni e riflessioni quotidiane. Questa la premessa: è un anziano malmesso, in evidente affanno, uscito di casa forse con l’idea di prendere una boccata d’aria forse per buttarsi da un ponte, a provare nuovamente curiosità nei confronti della realtà circostante, dopo aver raccolto per terra uno smartphone smarrito. Al suo interno sono contenuti video utili a ricostruire la vita della donna, trasferitasi da un piccolo centro di provincia per lavorare come insegnante a Roma, dove è però destinata a confrontarsi con l’ostilità di colleghe arroganti, forme di bullismo scolastico, tentazioni mondane di inusitato squallore e continue scene di sopraffazione dovute al degrado urbano. Sarà mai possibile che queste due anime sofferenti, l’insegnante in crisi e il vecchio malato, possano per un attimo entrare in contatto, anche grazie a quel piccolo strumento tecnologico talora così invadente?

Fabio Del Greco sembra riprendere qui il filo di un discorso già preso di petto nel film precedente, Mistero di un impiegato, ossia la riflessione inerente ai moderni mezzi di comunicazione, alle forme di controllo esercitate dalla società attraverso di essi, al valore delle immagini e al dipendere da giudizi esterni cui lo stesso utilizzo sconsiderato dei social network contribuisce. L’humus culturale ed antropologico è poi quello esplorato dall’autore in gran parte dei film realizzati finora: una metropoli respingente, descritta attraverso il culto della mondanità, la vacuità degli ambienti frequentati da “pariolini” e “cinematografari”, le più disparate forme di corruzione morale ed una incipiente guerra tra poveri in periferia, laddove il disagio contagia un po’ tutti.
Particolarmente interessante è la scelta della forma narrativa scelta per l’occasione. Il ritrovamento del cellulare da parte del vecchio, abbinato a frammenti di natura metacinematografica, suggerisce una sorta di found footage i cui contenuti, nell’alludere a una certa esasperazione sociale, acquisiscono un’impronta ancora più sulfurea grazie al perpetuarsi di ossessioni visive ed estetiche che sembrano rimandare ora a De Palma, ora ad un torbido mood lynchano. Presenze fortemente icastiche, tra gli interpreti, sono quelle di una seducente e sfrontata Chiara Pavoni, più volte musa dell’autore nei precedenti film (vedi ad esempio l’altro personaggio tentatore impersonato in Altin in città) e dello stesso Fabio Del Greco, non nuovo a simili apparizioni; ancora una volta la sua parte ha nel racconto un timbro sornione, quasi sarcastico. Attraverso il telefonino scorrono poi gustose scene di vita della capitale, che dal pacchiano red carpet della Festa del Cinema approdano al’impetuoso incedere dei figuranti, in una di quelle rievocazioni storiche in costume simpaticamente a metà strada tra il riemergere del Tradizionalismo Romano in Italia e l’affettuoso ricordo del peplum di una volta.

Stefano Coccia

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