Little Sister

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8.0 Awesome
  • voto 8

Generazioni al femminile

Come quasi sempre accade nel cinema di Hirokazu Kore-eda, lo spettatore viene dolcemente preso per mano e accompagnato alla graduale scoperta di un paradosso. Quello secondo cui la disfunzionalità famigliare sia in grado di rafforzare il legame tra coloro che posseggono la forza, l’ostinazione di rimanervi all’interno. Meno “estremo” – pensiamo ad esempio allo splendido Nobody Knows (2004), dove una madre, dopo una serie di allontanamenti giornalieri, abbandonava definitivamente e senza spiegazioni i propri figli di età varia – del solito nelle premesse narrative, questo Little Sister ci conduce ad osservare il rapporto che lega tre sorelle, il cui padre ha lasciato molti anni prima la famiglia originaria per legarsi ad un’altra donna, e l’assorbimento nel nucleo già esistente della figlia adolescente di secondo letto dell’uomo, conosciuta in seguito alla scomparsa di quest’ultimo. Tutto qua. Eppure tantissimo. Perché il modus operandi cinematografico di Kore-eda rimane sempre lo stesso: aprire metaforicamente una porta con studiata lentezza finché chi guarda non abbia la piena facoltà di vedere cosa sussiste oltre la soglia. Cioè il misurarsi dei personaggi con la vita, secondo un fluire spontaneo che rimanda essenzialmente al cinema del maestro nipponico Yasujirô Ozu ma aggiornandolo in chiave modernamente umanista, con un occhio attentissimo all’evolversi dei costumi sociali in un paese come il Giappone eletto simbolo di qualcosa di ben più ampio.
Little Sister è una storia tutta al femminile, di adolescenti e giovani donne che assaporano l’essenza della vita in primis attraverso la conoscenza reciproca, poi dell’universo che le circonda. Ed è un racconto – tratto dal manga Umimachi Diary, da cui il titolo originale del film, di Akimi Yoshida, adattato per il grande schermo dallo stesso Kore-eda – che fa della nitida percezione del tempo che scorre la propria peculiarità. Senza sostanziali ellissi temporali osserviamo compattarsi questo micro-cosmo femminile giorno dopo giorno, allorché quelli che in apparenza verrebbero considerati piccoli e insignificanti fatti determinano invece grandi spostamenti sull’asse esistenziale delle tre sorelle, più la giovanissima sorellastra acquisita. C’è l’approccio sentimentale con l’altro sesso, necessariamente sfaccettato e complicato, forse doloroso nell’età matura mentre si colora di magia – splendida la sequenza della passeggiata in bici lungo la strada tappezzata di ciliegi in fiore – in quella adolescenziale, inizio di ogni cosa a seguire. C’è la sofferenza scaturita dalla consapevolezza del modo in cui gli errori compiuti dalle generazioni precedenti (genitori, presenze essenzialmente fantasmatiche) ricadono sui figli, mediante il ricordo attutito di una figura paterna ancestralmente lontana oppure, nel caso della piccola sorella del titolo, morta troppo prematuramente per poter adempiere appieno al suo ruolo. C’è sempre, poi, la possibilità della comprensione e del perdono, come accennato nell’illuminante segmento narrativo dell’incontro/scontro tra la madre biologica delle tre ragazze e la maggiore delle sorelle. Ma soprattutto c’è l’esperienza di vita vissuta, tappa indispensabile – ed è questa l’unica chiave di lettura “morale” possibile di un’opera come Little Sister – per ogni eventuale cambiamento e conseguente crescita.
In un film tutto sommato abbastanza privo di quegli scarti emozionali evidenti che favorivano in misura maggiore l’empatia dello spettatore con i personaggi negli altri, magnifici, lungometraggi di Kore-eda, in questi centoventotto minuti di durata incastonati tra due funerali di persone fisicamente lontane tra loro (il padre delle quattro sorelle e una signora proprietaria di un ristorante che durante il film prende a benvolere le ragazze, “nutrendole” sia in senso fisico che metaforico) ma vicinissime quanto a rappresentazione simbolica – la latenza del padre, il surrogato di madre costituiscono la chiusura di un cerchio esistenziale in cui la bellezza della vita si annida anche nella propria casualità – si sfiora con virtuosismo fuori dal comune il tono elegiaco mentre si centra con fermezza la grazia assoluta del racconto di formazione in continuo divenire e dai toni quantomai autentici. Tutto ciò per merito di una mano straordinariamente ricca di sensibilità, da parte di un autore che in Italia meriterebbe una riscoperta dalla prima all’ultima opera – ovvero questo Little Sister – della propria filmografia.

Daniele De Angelis

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