Fil-mare
Ci sono opere cinematografiche così intime e personali che nel guardarle si ha come la sensazione di violare uno spazio privato, che dovrebbe rimanere tale. Di conseguenza, il pubblico penetra con lo sguardo in una realtà che lo mette profondamente a disagio, tanto da farlo sentire all’inizio come un terzo incomodo. Poi con lo scorrere lento e inesorabile della timeline, quella violazione si tramuta in co-partecipazione, con tutto il carico di emozioni al seguito. In quel momento, solo in quel momento, si innesca quel processo di catarsi che consente a colui che si trova oltre lo schermo di prendere parte attivamente allo scambio tra chi filma e chi viene filmato.
Quello appena descritto è esattamente il percorso che lo spettatore di turno dovrà compiere per ottenere le chiavi d’accesso a un documentario come Ogni preziosa giornata. Nei sessanta minuti circa che separano il primo dal suo ultimo fotogramma, lo spettatore si trova nel mezzo di un dialogo fitto tra due opposti che sono legati l’uno all’altro in maniera indissolubile da un vincolo di sangue. Quella raccontata da Francesco Adolini nel primo lavoro da regista, presentato in anteprima all’ultima edizione del Visioni Fuori Raccordo Film Festival, è una porzione dell’esistenza dei suoi genitori e di riflesso della sua stessa vita, che ne è parte integrante. Si immerge corpo e mente nella quotidianeità di un presente segnato dall’anzianità e dalla malattia dei suoi cari per restituire sullo schermo un intenso e toccante ritratto familiare, ma anche una bellissima storia d’amore tra un uomo e una donna che non ha conosciuto e non vuole conoscere battute d’arresto. Filmare il presente è il modo per rendere un sentito e sincero omaggio in corsa a tutto questo. Nel farlo, però, ci si rende immediatamente conto che catturarlo e imprimerlo ha per il regista una doppia valenza: artistica da una parte, umana dall’altra. E in entrambi i casi, ciò che ne scaturisce lo riguarda da vicino, lo tocca nel cuore e nelle sinapsi. Trattasi di opere fragili come uno specchio, di quelli che al minimo urto vanno in frantumi e con essi le immagini che vi sono riflesse. Per fortuna ciò non si verifica e il merito va in primis alla sensibilità, all’onestà e alla purezza dello e nello sguardo dell’autore. La macchina da presa – così come chi la orienta – diventa indiscreta ed ectoplasmatica. La sua presenza viene dichiarata solamente nello struggente ed emozionante epilogo. Scoprire e riscoprire la propria madre e il proprio padre, trascorrere delle giornate in loro compagnia, pedinandoli, osservandoli e ascoltandoli nell’arco di un’estate, tra passeggiate, cure mediche, uscite in barca e momenti di convivialità nel focolaio domestico, servono per rimettere insieme i pezzi, per ricucire i fili del tempo di ciò che è stato e di ciò che è con ricordi, aneddoti e preziosissimi home movie in super 8. Ogni preziosa giornata è il risultato di questo mosaico fatto di tanti piccolissimi tasselli di vita vissuta e di vita da vivere, sullo sfondo di un futuro pieno di speranza e di incertezze.
Tutto questo fa dell’opera di Adolini, ispirata agli scritti diaristici di sua madre Caterina Ricotta pubblicati nel libro dal titolo “Ci sarà il mare” (restituiti sullo schermo dalla voce narrante, calda e poetica, di Elena Cotta), un racconto audiovisivo sulla voglia di vivere, capace di scacciare gli spettri della morte, ma è soprattutto un film che parla della tenacia di una donna che continua a combattere contro un male che minaccioso e letale attacca senza sosta sotto l’epidermide. Il non alzare bandiera bianca, il suo non arrendersi, circondandosi delle bellezze che la natura e la vita sanno donare a coloro che hanno gli occhi per vederle, sono le “armi” si suo possesso per spingere all’angolo il cancro che da quindici anni la sta minacciando.
Francesco Del Grosso








