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Anatomia di una caduta

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VOTO: 7.5

Una storia famigliare

Una Palma d’Oro decisamente sorprendente, Anatomie d’une chute (per l’uscita italiana Anatomia di una caduta), ultima fatica della regista francese Justine Triet. Già, perché, se, di fatto, il lungometraggio, presentato in anteprima mondiale in concorso al 76° Festival di Cannes ha colpito piacevolmente soprattutto la stampa francese, considerando il concorso nella sua interezza, potremmo (erroneamente?) considerare il film più “modesto” rispetto ad altre opere presenti.

Ciò detto, non si tratta assolutamente di un film deprecabile. Al contrario, senza volerlo collocare all’interno di un contesto come il Festival di Cannes, il presente Anatomie d’une chute si è rivelato indubbiamente un’opera estremamente sottile e intelligente, che strizza l’occhio alla moderna serialità statunitense e che, nella sua (impegnativa ma necessaria) durata analizza sotto la lente di ingrandimento un rapporto di coppia complesso e controverso, oltre a dinamiche famigliari per nulla semplici da catalogare.
La storia messa in scena, dunque, è quella di Sandra (impersonata da un’eccezionale Sandra Hüller), la quale da qualche tempo ha deciso di trasferirsi in una remota baita di montagna insieme a suo marito Samuel e al loro figlioletto ipovedente Daniel. Un giorno, il bambino troverà il corpo di suo padre ai piedi della baita, morto in seguito a una caduta dalla finestra. Si tratta di suicidio o, addirittura, di omicidio? Al via, dunque, un lungo ed estenuante processo che vedrà coinvolti non solo Sandra, imputata, ma anche Daniel, che dovrà aiutare il giudice a far luce sugli eventi.
Anatomie d’une chute, dunque, è un film che analizza nel minimo dettaglio ogni suo personaggio, senza mai fare affidamento a cliché o luoghi comuni di ogni genere. L’essere umano ci viene qui presentato in ogni sua minima sfaccettatura. Di conseguenza, Sandra – perfetta nella sua fisicità algida – ci appare ora madre amorevole nei confronti del figlioletto in crisi, ora moglie cinica e a tratti crudele, ora profondamente disperata, nel momento in cui anche suo figlio sembra dubitare della sua innocenza.
In tal senso, dunque, la famiglia ci viene mostrata nella sua più tossica accezione, come una realtà in cui la manipolazione è all’ordine del giorno e in cui, a ben guardare, nessuno è realmente innocente. Vittima e carnefice allo stesso tempo. Justine Triet, dal canto suo, si è avvalsa di una regia complessivamente pulita e dinamica, che, malgrado l’ampio spazio dedicato al processo in sé, si avvale di frequenti cambi di scena atti a conferire dinamicità al tutto. Una regia che prende come modello, come già menzionato, il cinema (e la serialità) statunitense, cercando, al contempo, una propria identità, in cui persino le musiche (assordanti mentre provengono dalla radio, quando si tratta di coprire il rumore di un corpo che cade al suolo, o addirittura suonate al pianoforte, dapprima in modo maldestro, poi sempre più speditamente, dal piccolo Daniel) svolgono un ruolo a dir poco centrale. Se, dunque, da alcuni la Palma d’Oro può essere considerata “eccessiva”, bisogna comunque riconoscere ad Anatomie d’une chute un’indubbia qualità artistica e contenutistica, oltre, ovviamente, a un’ottima scelta del cast, su cui spicca la bravissima Sandra Hüller, la quale, forse, proprio per questa sua prova avrebbe meritato qualche riconoscimento in più.

Marina Pavido

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