La corte

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

«Entra la corte»: si va in scena!

«La court»: è l’annuncio per far mettere in piedi gli auditori e gli imputati all’interno dell’aula del tribunale. È questo ciò che si sente nei primissimi istanti de L’hermine di Christian Vincent, quasi a localizzare subito non solo il luogo, ma anche il contesto in cui il nostro protagonista si esprimerà e che, in qualche modo, ha condizionato e condiziona la sua quotidianità e, forse, anche il suo temperamento.
Presentato in Concorso alla 72esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’ultimo lavoro di Vincent mette a nudo i pregiudizi mettendo in scena i giudizi a partire da uno emesso proprio da un organo istituzionale, la Corte d’Assise. A presiederla è Xavier Racine (un impeccabile Fabrice Luchini, fresco di Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile), lo chiamano “il giudice a due cifre” perché le pene che infligge sono sempre di almeno dieci anni e anche questo viene esplicitato subito nelle prime scene. Questi accorgimenti fanno sì che lo spettatore inquadri sempre più il personaggio attraverso il ruolo e la maschera che indossa, ma la sceneggiatura così ben studiata e sottile (e per l’appunto premiata a Venezia come miglior sceneggiatura) ci porterà col tempo a comprendere che ciò che appare in un modo, non necessariamente è tale – questa è senz’altro uno dei punti di forza del film. Lo stesso lungometraggio inizialmente vuole guidare l’attenzione dello spettatore verso il caso giudiziario – una forte storia di cronaca in cui un uomo è accusato della morte della piccola, ma, al contempo, si dichiara innocente. Col dipanarsi della storia, però, pur rimanendo la Corte d’Assise una delle location principe de L’hermine, i riflettori si spostano sempre più verso Racine e, in particolare, verso l’uomo che avevamo visto così chiuso e talvolta scontroso nei confronti di chi gli gravita intorno. Il mutamento avviene grazie a quelle coincidenze della vita e sempre nel luogo deputato, la sua corte. Il giudice, estraendo a sorte i nomi dei componenti della giuria popolare, incrocia il suo sguardo con una donna, Birgit Lorensen-Coteret (una graziosa Sidse Babett Knudsen), e la sua memoria va indietro nel tempo in un battito di ciglia. Registicamente si avverte un ritmo diverso per qualche istante, quasi a voler evidenziare anche il contraccolpo avvertito dall’uomo rivedendo, forse, l’unica donna che abbia davvero amato. Piano piano Vincent ci fa vedere cosa c’è dietro la corazza così ben rappresentata simbolicamente dalla toga su cui fa capolino, appunto, l’ermellino; il bello è che lo fa con i toni della commedia che – diciamocelo, i francesi sanno maneggiare bene – e in questa Venezia 72 vi avevamo già parlato con entusiasmo di Marguerite di Xavier Giannoli, ovviamente si tratta di storie e anche sfumature di registri diverse per la resa personale di questi cineasti.
Non è semplice scrivere bene una partitura da commedia, ma Vincent ne aveva dato ottima prova anche ne La cuoca del presidente (la cui protagonista era proprio Catherine Frot, presente anche nel film di Giannoli) e Luchini non si smentisce mai, con quella recitazione che ha fatto storia in cui ogni minima espressione facciale ti fa pensare: ecco questo è il modo di jouer. Dal punto di vista della scrittura basti pensare alle prime battute in cui al sentirsi chiamare: «Signor giudice», Racine risponde: «No, presidente» (e non lo puntualizza solo una volta). Detta così sembrerebbero battute quasi sterili, ma va da sé che, sullo schermo e con un attore di tale levatura a dar corpo alla drammaturgia, tutto acquista spessore e ritmo.
Il regista di Hotel a cinque stelle (2007) nelle sue note di regia ammette che non sapeva nulla del mondo giudiziario, è stato spinto dal suo produttore ad assistere a un processo in corte d’assise e lì si è reso conto di quanto fosse specchio della nostra società. «L’aula di un tribunale è un teatro, con un pubblico, degli attori, una drammaturgia e un dietro le quinte. È un ordine prestabilito che aspetta solo di essere capovolto. Ma prima di tutto è il luogo dell’oratoria, dove l’ascolto è fondamentale. Un posto dove alcuni padroneggiano la lingua e altri, a volte, non capiscono nemmeno le domande che vengono loro rivolte. In un processo penale c’è tutto. C’è l’angoscia umana, le riflessioni poetiche, i momenti di noia, l’incursione nella vita intima delle persone. A volte alla fine dell’udienza vince la verità. Ma non sempre. E comunque non lo sappiamo quasi mai con certezza». Abbiamo voluto riportarvi queste parole di Vincent perché rendono perfettamente non solo le intenzioni che lo hanno mosso, ma ciò che L’hermine è nel suo risultato finale, anche nella sua costruzione si ha la sensazione di non sapere quasi mai con certezza ciò che pensiamo di aver incanalato in un’immagine, qualcosa si può sempre ribaltare, per la legge giudiziaria o del cuore. L’hermine sarà prossimamente distribuito in Italia da AcademyTWO cn il titolo La corte e noi vi consigliamo di non perdervelo.

Maria Lucia Tangorra

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