L’effetto acquatico

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

È  stato un piacere, cara Sólveig!   

Un quarantenne ed il fatidico incontro con la donna della sua vita. O meglio, con colei che l’uomo vorrebbe fosse la donna della sua vita. Una serie di bugie e di bizzarri equivoci. La Francia e l’Islanda spettatrici di questa insolita storia d’amore. Tutto ciò – e molto altro – è contenuto in questo prezioso testamento lasciatoci da Sólveig Anspach – cineasta islandese naturalizzata francese – che non ha neanche fatto in tempo a vedere concluso il suo ultimo lavoro. Però L’effetto acquatico (in originale L’effet aquatique) ha avuto la sua giusta e calorosa accoglienza nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, all’ultimo Festival di Cannes. Giusto coronamento per una talentuosa autrice che, nel corso della sua non troppo lunga carriera ci ha regalato una cinematografia più che mai variegata: dai numerosi documentari a lungometraggi drammatici (primo fra tutti, l’autobiografico Haut les coeurs!, in cui ha raccontato al mondo intero la sua malattia), fino alle sue brillanti commedie, in cui si è distinta per un’ironia talvolta crudele e spietata – in piena linea con la cinematografia nordeuropea – oltre che per la creazione di personaggi e situazioni al limite del surreale. Senza mai cadere nel banale. E, anche in questo suo lavoro postumo – ultimo capitolo di una trilogia che comprende anche Back Soon e Queen of Montreuil – la Anspach ha saputo dare prova di grande talento in merito.
Samir incontra per caso, in un bar, l’insegnante di nuoto Agathe, la quale ha appena apostrofato in malo modo il barista che le aveva chiesto di essere “carina” con lui, nel caso in cui fosse stata assunta come sua dipendente. Per Samir è amore a prima vista. Al punto che si iscriverà nella piscina dove insegna Agathe, al fine di prendere lezioni di nuoto con lei. L’attrazione tra i due è fin da subito palpabile, ma, si sa, le bugie hanno le gambe corte ed il piano di Samir verrà ben presto smascherato. Ma questo è solo l’inizio.
L’effet aquatique si distingue fin da subito per momenti a dir poco esilaranti e situazioni al limite del surreale (Samir che resta chiuso negli spogliatoi della piscina o che si finge un diplomatico israeliano, presentando il bizzarro progetto di costruire un enorme piscina per israeliani e palestinesi, ad esempio), con, addirittura, non pochi rimandi alle slapstick comedies. I personaggi qui raccontati non vengono mai ridotti a macchiette, ma, al contrario, pur avendo adottato – nel corso della narrazione – una linea ben definita, si ritrovano a metà del film circa a cambiare radicalmente le loro posizioni, senza che il lungometraggio ne risenta risultando, in qualche modo, eccessivamente sfilacciato. Ed è qui che si vede la bravura della Anspach, la quale, a sua volta, sa gestire in modo fluido e lineare qualcosa che è molto più complicato di quanto possa sembrare.
E poi, c’è l’acqua. L’acqua come vera, grande protagonista. L’acqua testimone di questo bizzarro legame. L’acqua come simbolo della vita stessa. A questo proposito, non possiamo non ricordare le parole di un personaggio apparentemente secondario – quello del medico islandese che si trova a curare l’amnesia di Samir. Egli, appunto, consiglia ad Agathe di far trascorrere molto tempo in acqua a Samir stesso, in modo quasi di farlo “tornare alla vita”. Di ritrovare una nuova vita in acqua. Ed ecco che l’acqua assume il ruolo di una sorta di placenta materna, di un luogo dove torniamo tutti alla nostra essenza primaria. Quasi di un luogo di “rinascita”. Che sia stato questo il modo scelto dalla Anspach per tranquillizzarci circa la sua scomparsa? Ad ognuno la libertà di interpretare ciò.
Ma, al di là di ogni possibile lettura, senza dubbio quello che ci è stato regalato con L’effet aquatique è stata, innanzitutto, una ventata di ottimismo e di positività. Un prodotto fresco, pulito e gradevole che ci lascia con il sorriso. E questo di certo non è poco.

Marina Pavido

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