Le frise ignoranti

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  • VOTO 3

Papà è in viaggio da Bari

Negli ultimi tempi è capitato spesso che, anche qualora non riuscisse a concretizzarsi nella realizzazione di film memorabili, il processo di parziale “glocalizzazione” del cinema italiano desse vita almeno a commedie dotate di una loro specificità, di un’interazione creativa col territorio, di taluni tratti originali, vivaci. Specialmente quando a essere prescelte quale palcoscenico di tali produzioni erano le regioni del Sud. Ebbene, non è questo il caso de Le frise ignoranti. La commediola maldestra e inutilmente scurrile diretta da Antonello De Leo e Pietro Loprieno è quanto di più becero, retrogrado, socialmente degradante e umoristicamente scontato si sia visto recentemente sugli schermi italiani. E dire che in quest’ultima annata non ne erano uscite certo poche di produzioni cinematografiche tristemente massificate o quantomeno modeste, soprattutto nell’ambito della commedia.

Trulli trulli, chi ce l’ha se li trastulli. Il motto è di origine livornese, vuol dire tutt’altro, ma ce ne appropriamo per denunciare goliardicamente l’incidenza del carattere pugliese in un plot dove, quando non è semplice sfondo da cartolina, si limita ad ammiccare al grande pubblico nei modi più triti che sia possibile immaginare. Tra le popolari sagome dei trulli e qualche veduta del porto di Bari, prende infatti forma un raccontino cinematografico di rara insulsaggine che parla di corna, tra l’altro, ricorrendo a toni che fanno persino rimpiangere certe pruriginose commedie degli anni ’70 con protagoniste la Fenech o Nadia Cassini. Il buon Lino Banfi, chiamato qui a interpretare una non disprezzabile macchietta inserita nel contesto forse più insolito dell’intero plot, ovvero le adunate di nostalgici neoborbonici, potrebbe guardare a quei trascorsi con un po’ di rimpianto, dopo aver interpretato questo film.
Sì, perché nella spasmodica ricerca dell’intrattenimento ammiccante, malizioso ed entro certi limiti piccante, quelle commedie sexy avevano quantomeno il pregio di proporsi sfacciatamente per quel che erano. Nel lungometraggio di Antonello De Leo e Pietro Loprieno si scorge invece un’ulteriore e avvilente ipocrisia. Quando i giovani protagonisti parlano tra loro di formidabili scopate, in termini così espliciti, coloriti e intrisi di machismo da far arrossire persino gli ospiti di un qualsiasi spogliatoio, dopo la classica partita di calcetto in periferia, a essere utilizzata più volte è una gag che consiste nel coprire le parti più spinte del discorso con altri rumori prodotti in scena. All’estetica del “vedo non vedo”, quindi, pare essersi sostituita quella del “sento non sento”. Che tristezza.

In tutto ciò il motore del racconto, accanto a un parimenti trascurabile detour musicale, è il tentativo di uno dei giovani protagonisti (interpretato dallo scialbo William Volpicella) di riconciliarsi con il padre (Francesco Pannofino), svanito all’improvviso nell’entroterra pugliese e ritenuto affetto un po’ da tutti dalla classica “sindrome di Peter Pan”, prima che la suddetta sparizione faccia sospettare ben più serie motivazioni. Piuttosto che scendere nei dettagli, vi lasciamo immaginare quanto flebile e fiacca sia pure questa traccia. E se alcuni comprimari, come il disinvolto Nicola Nocella, riescono a metterci un po’ di verve e a non sfigurare del tutto, il resto del cast sembra fare qualsiasi cosa pur di rendere ancora più volgari e antiquate le già imbarazzanti battute suggerite dal copione.

Stefano Coccia

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