L’attesa

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Il vuoto e artificioso lungometraggio di Piero Messina

La proiezione stampa del primo lungometraggio di finzione del documentarista Piero Messina (aiuto regista di Paolo Sorrentino per This Must Be The Place e La grande bellezza) in Concorso alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia è stata accolta con molti fischi e pochi applausi, una reazione che a fine visione non può che rivelarsi totalmente giustificata: difatti L’attesa è un’opera difettosa sotto molti aspetti.
La trama del film è di matrice pirandelliana, e racconta di Jeanne (Lou de Laâge), una ragazza che dalla Francia arriva nel Sud Italia per trascorrere le vacanze estive a casa del fidanzato Giuseppe, e alla quale Anna, la madre del giovane (Juliette Binoche), non trova il coraggio di confessare il decesso del figlio. Jeanne si troverà così a trascorrere le sue giornate estive in una vana attesa, che la madre di Giuseppe non si decide a spezzare.
Già dopo la prima mezz’ora di film la situazione rappresentata pecca in quanto a credibilità: infatti lo spettatore fatica a credere nella cecità di Jeanne, la quale, per quanto ogni cosa le suggerisca una versione dei fatti ben più aspra di quelle consecutivamente vendute da Anna, sembra vivere in una dimensione ovattata al riparo da ogni ragionevole dubbio; il tutto diviene a tal punto surreale che in certi momenti si ha un effetto involontariamente comico.

Incapace di infondere personalità e originalità alla materia che affronta, il film di Messina alterna scene di chiara ispirazione sorrentiniana (la sequenza dei titoli di testa, un’inquadratura fissa di un ambiente aereoportuale candido e asettico, ricorda fin troppo quelli de Le conseguenze dell’amore) ad altre che vorrebbero essere autoriali ma che falliscono nel loro intento, in quanto insopportabilmente artificiose ed espressione di una metaforicità talmente grossolana che non può in alcun modo convincere (la scena in cui vediamo Anna tentar affannosamente di “tenere in vita” un materassino rosa, che presumibilmente contiene il respiro di Giuseppe, sfiora il ridicolo).
Messina non riesce a dare ad un tema già ampiamente affrontato, quello del lutto e della sua elaborazione, un contributo personale e significativo, poiché si perde nella giustapposizione di scene impregnate di un formalismo fine a se stesso che troncherebbe sul nascere qualsiasi intento analitico.  Si intuisce che con simili presupposti non può essere favorito il pieno dispiegamento delle potenzialità di un attrice sopraffina come Juliette Binoche, costretta a regalare un’interpretazione imbrigliata e fondata su sguardi supplichevoli e sofferenti che, se finiscono per risultare comunque efficaci, è solo grazie alla caratura dell’interprete.
Il susseguirsi delle svolte narrative banali (la processione di paese) o inutili (il tradimento sfiorato da Jeanne) raggiunge il parossismo con l’apparizione del figlio defunto, epifania che pur nel suo pseudo-onirismo riporta entrambe le donne alla cruda realtà e prepara l’esito (l’unico possibile) definitivo.
Il lungometraggio di Messina, invece che aprire al nostro cinema soluzioni fresche e innovative, torna su strade già battute, ereditando la parte peggiore del suo maestro e finendo per consegnare un esercizio vuoto e prettamente formale, del quale non si sentiva davvero il bisogno.

Ginevra Ghini

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