Land of the Gods

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8.0 Awesome
  • voto 8

Un’ultima volta

Nella rosa dei registi selezionati nel ricco cartellone dell’ottava edizione del Bif&st figura anche il nome di un maestro del cinema europeo come Goran Paskaljevic, autore nei decenni passati di pluri-premiate opere, tra lungometraggi e documentari (Cabaret Balkan, Special Treatment, Someone Else’s America, How Harry Became a Tree, Midwinter Night’s Dream, tanto per fare rendere l’idea), che hanno lasciato un segno nel circuito festivaliero e non solo. E un segno lo ha lasciato anche nella platea del Teatro Petruzzelli di Bari con la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Lands of the Gods – Dev Bhoomi, presentata nella sezione competitiva Panorama Internazionale dopo l’anteprima dello scorso anno al Festival di Toronto.
Dopo una pausa lunga quattro anni, preceduta da When Day Breaks, ennesima perla di una filmografia con moltissimi alti e pochissimi bassi, il cineasta serbo è tornato alla regia con un’opera intensa ed emozionante, che ha nel DNA drammaturgico una serie di  temi e stilemi ricorrenti nel suo cinema. Ciò però non ha nulla a che vedere con la reiterazione figlia dell’incapacità di affrontare altro, che appartiene a coloro che guidati dalla paura di sbagliare o ancora peggio dalla pigrizia creativa non lasciano mai la strada vecchia per quella nuova, continuando a seminare lì dove hanno già seminato. Paskaljevic, al contrario, ha fatto suoi quegli elementi per poi proporli sempre in modo diverso, con punti di vista, prospettive, approcci e modus operandi, che non sono mai stati gli stessi. Nel caso di Dev Bhoomi, ad esempio, è tornato a parlare di esilio, di legami familiari, di ritorno alle origini, ma anche di perdono; temi, questi, a lui cari, che ha scelto di raccontare nuovamente attraverso la storia di Rahul, un anziano che ritorna nel suo villaggio sull’Himalaya, provocando lo sconcerto tra i suoi concittadini, che non gli hanno mai perdonato gli errori del passato. Rahul si troverà così a fronteggiare un mondo isolato, pieno di pregiudizi, in cui le donne non hanno il diritto di decidere del proprio destino.
Queste poche righe di sinossi, in particolare le ultimissime, sono perfette per sottolineare e confermare quando detto in precedenza. I temi già trattati con una certa insistenza nell’arco della sua carriera, non gli hanno mai impedito di allargare gli orizzonti narrativi e drammaturgici delle sue opere, quanto basta per non rifare ciclicamente lo stesso film. Le aggiunte in Dev Bhoomi, così come in moltissime pellicole precedenti, non sono delle semplici virgole, ma elementi tematici e narrativi che finiscono con l’aumentare in maniera esponenziale il peso specifico dei contenuti trattati.  L’opera in questione gli ha offerto, infatti, la possibilità di andare a toccare, seppur lontano migliaia di km da casa, questioni spinose e di grande rilevanza: la condizione delle donne in una Società schiava di abitudini arcaiche che negano loro l’indipendenza, ostacolandone la possibilità di scelta e il diritto a vivere liberamente la propria adolescenza (vedi il problema delle spose bambine, trattato con altrettanta forza in film come Difret – Il coraggio per cambiare o Mustang).
Di conseguenza, Dev Bhoomi è a suo modo un film profondamente e visceralmente politico, che parla di temi universali, ma che allo stesso tempo non si tira indietro quando si tratta di puntare il dito contro qualcosa o qualcuno. Per farlo, Paskaljevic è andato lontano, in una regione remota dell’Himalaya dove le lancette dell’orologio sembrano essersi arrestate e con esso la mentalità della gente che le abita. Tutto questo “orrore” sommerso di scontra con il desiderio di cambiamento di chi non si è rassegnato (vedi il personaggio dell’insegnante), ma anche con la bellezza incontaminata e poetica dei paesaggi naturali che fanno da cornice alla storia. Luoghi, quelli catturati e restituiti sullo schermo dal cineasta di Belgrado, che mozzano il fiato e che restano impressi nella mente e nella retina come la performance davanti la macchina da presa di Victor Banerjee nel ruolo di Rahul.

Francesco Del Grosso

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