Lady Gucci – La storia di Patrizia Reggiani

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8.0 Awesome
  • voto 8

Una Dark Lady nella Milano da bere

Nel cinema e nella tv dell’Italia di oggi sono spesso e volentieri i documentari – più che il cinema di fiction – a rimestare nel torbido, a scavare nei misteri più oscuri della nostra storia e a portare all’attenzione pubblica i casi risolti o irrisolti. Gli esempi cinematografici in senso stretto non mancano: pensiamo, giusto per citarne due, a La macchinazione sul delitto Pasolini o La verità sta in cielo sul caso Orlandi. Eppure di frequente è la forma del docu-film a prendere il sopravvento – e si potrebbe disquisire a lungo sul perché, ma non è questa la sede – come se la finzione dovesse in qualche modo arrendersi alla realtà. Lo dimostra il grande clamore mediatico che ha suscitato la serie-tv di Netflix SanPa, sulla controversa storia della comunità di San Patrignano. Lo dimostrano gli innumerevoli speciali televisivi come Blu notte, un fenomeno che esula dal cinema ma che è parte integrante del costume italiano. E lo dimostra l’avvincente docu-film Lady Gucci – La storia di Patrizia Reggiani (2021), diretto da Jovica Nonkovic, prodotto da Videa e distribuito da Discovery+: il focus è l’omicidio dello stilista Maurizio Gucci, freddato nel 1995 da tre colpi di pistola. Uno fra i delitti italiani più celebri e misteriosi degli ultimi trent’anni, narrato dal punto di vista della vedova e di vari personaggi che entrano in scena con la cadenza di un thriller, ambientato a Milano. Un fatto di cronaca nera talmente eclatante da suscitare l’interesse anche di un gigante di Hollywood, Ridley Scott, che ha annunciato un film sul caso Gucci con protagonista Lady Gaga nei panni della vedova. Nel nostro Lady Gucci non c’è bisogno di interpreti, poiché a prendere la parola è proprio lei, Patrizia Reggiani, inquadrata nella sua abitazione come una regina nel suo regno: la vedova nera, la dark lady, la mandante dell’omicidio (così ha sentenziato il processo), che con un montaggio incalzante viene messa a confronto con l’altra pedina decisiva del mistero, la “maga” napoletana Pina Auriemma; ma ampio spazio è dedicato anche a personaggi come il capo della Criminalpol Filippo Ninni che condusse l’inchiesta, avvocati, criminologi, giornalisti di cronaca nera e di moda, e una storica amica della Reggiani. Tutte interviste fresche di realizzazione, intervallate da fotografie della coppia, video d’epoca, immagini dei telegiornali e soprattutto scorci sui luoghi simbolo di Milano, come il Duomo e le vie più eleganti. Il film, infatti, non è solo una ricostruzione del crimine, ma anche il ritratto di un mondo oggi scomparso, o che perlomeno ha assunto altre forme: la Milano bene, la Milano da bere, l’Italia del boom economico e della moda, quell’universo patinato che ha dominato gli anni Ottanta e Novanta e che siamo abituati a vedere ritratto più volte nel cinema – impossibile non pensare agli yuppies messi in scena da Carlo Vanzina. La moda di Gucci è uno dei simboli di un’Italia che non c’è più, di quel benessere economico che possiamo identificare come un ideale “sogno italiano”, contrappunto del tanto celebrato sogno americano. Lady Gucci è frutto innanzitutto di una scrittura scrupolosa e scientifica, fatta di ampie ricerche e svariate ore di interviste, condensate poi in 77 minuti dal montaggio di Lorenzo Loi: autrici dello script sono due brillanti giornaliste e autrici televisive, Marina Loi (che è anche un’attrice, nota agli appassionati del bis per alcuni horror nostrani) e Flavia Triggiani, particolarmente appassionate di storie criminali. A dominare la scena, con la sua bellezza e il suo carisma, è la Lady Gucci del titolo, sulla quale la macchina da presa insiste con piani medi e primi piani: un fascino che non è stato scalfito dai 18 anni di carcere, né dal tumore che l’ha colpita anni fa. La protagonista è un personaggio ricco di contraddizioni e di sfumature: dall’amore all’odio, dal glamour al noir, dalla Milano bene alla frequentazione di personaggi torbidi, dal jet set al carcere. Patrizia Reggiani racconta la sua storia, fin dalla giovinezza. La nascita “dal basso” in periferia, l’adozione da parte di un uomo ricco, e soprattutto l’incontro folgorante con Maurizio Gucci, rampollo della celebre famiglia: il matrimonio, la vita nel lusso più sfrenato, la Ferrari, uno yacht, l’appartamento a New York frequentato dal jet set della città. Insomma, una femme fatale che non sfigurerebbe accanto a personaggi cinematografici come quelli di Gilda o La signora di Shanghai, protagonista di quella che è un’autentica saga in rosa e in nero: non solo come assassina, ma prima ancora come demiurga, modellatrice del marito a suo piacimento, una donna che voleva il mondo ai suoi piedi. Una donna capace di amare immensamente (nonostante tutto, ricorda ancora con amore e orgoglio Maurizio Gucci) ma anche di odiare mortalmente, dopo aver scoperto che il marito la voleva lasciare per un’altra. Ed è qui che entra in scena la macchina criminale. Brillante – come scrittura, montaggio e regia – l’idea di mettere a confronto le due ex amiche, ora nemiche, la Reggiani e la Auriemma, che si addossano l’una con l’altra la colpa di aver ideato l’omicidio. Lady Gucci non ha ovviamente la pretesa di ricostruire il complicatissimo iter giudiziario, né di stabilire eticamente chi sia il vero colpevole: la legge ha parlato con le sentenze – specificate con dei fermo-immagine come nei migliori crime americani – ora tocca ai protagonisti prendere la parola, e gli spettatori sono stimolati a farsi ciascuno la propria idea. Ampio spazio è dedicato anche alla cosiddetta “Operazione Carlos”, narrata dal suddetto Ninni che la condusse all’epoca: cioè l’indagine che ha individuato la Reggiani come mandante, la Auriemma come complice e alcuni sicari della malavita milanese come esecutori materiali. Infine, prende la parola ancora la Reggiani – personaggio magnetico e star incontrastata del film – per raccontare la sua vita nel carcere di San Vittore, che lei ricorda come glamour e confortevole. Jovica Nonkovic non è un regista famoso, ma si vede che sa il fatto suo. Con una regia sicura e cadenzata come un noir, e un montaggio incalzante, sfrutta nel migliore dei modi il genere documentario, ponendo allo spettatore un quesito irrisolvibile: chi è veramente Patrizia Reggiani?

Davide Comotti

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