La stoffa dei sogni

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7.0 Awesome
  • voto 7

Guardie e ladri in scena

Realizzato nel 2014, presentato nel 2015 alla Festa del Cinema di Roma, soltanto adesso La stoffa dei sogni approda nelle sale, grazie a un’altra mirabile azione distributiva targata Microcinema. Tocca essergliene grati, per vari motivi. Perché il sardo Gianfranco Cabiddu è regista di tale spessore culturale, da dover essere sostenuto a prescindere. Ma soprattutto perché in questo suo recente lavoro confluiscono, armonicamente, il colto sostrato letterario/teatrale e un senso della narrazione tanto profondo, raffinato, da vivificare quel linguaggio cinematografico così nostalgicamente ancorato al passato, almeno per certi aspetti.

L’incipit è in tal senso emblematico. Magnificando con trucchi scenici e fotografici d’altri tempi un autarchico, artigianale sense of wonder, Cabiddu mette in scena un naufragio da vecchio feuilleton, nel corso del quale una famigliola di teatranti salita sull’imbarcazione pressoché all’ultimo e alcuni detenuti camorristi intenzionati alla fuga vanno a spiaggiarsi, ironia della sorte, proprio nell’isola-prigione dove questi ultimi avrebbero dovuto essere incarcerati.
Non essendoci altra via di fuga, dopo essersi imbattuti fortunosamente nella ancora spaesata compagnia di giro, quei malviventi vorrebbero costringerne i membri con un vile ricatto ad accettarli tra loro e recarsi insieme al penitenziario, così da convincere le guardie di essere tutti quanti puliti di fronte alla legge. Ma il direttore è uno scaltro. E ama il teatro. Così, sospettando da principio qualcosa, troverà ben presto il modo di mettere alla prova i sopravvissuti al naufragio…
Sintetizzata così, la trama può rivelarsi intrigante ma ancora cela parte di un’impalcatura narrativa tanto semplice e accattivante nella sua fruizione spettatoriale, quanto ricca di sapidi risvolti: sono infatti il teatro di Eduardo e La tempesta di Shakespeare gli assi cartesiani su cui si svolge l’azione. In un gioco di rispecchiamenti continui, ove il (meta)teatro ha ovviamente un ruolo preponderante, il rapporto tra il direttore del carcere (un immenso Ennio Fantastichini) e sua figlia (la giovanissima e sensuale Alba Gaïa Bellugi) finisce per riecheggiare quello tra Prospero e la figlia Miranda (stesso nome dato alla ragazza del film, peraltro) nel testo shakepeariano, mentre le astuzie adoperate dalla compagnia di giro per portare a termine l’impresa assegnatole ripercorrono, in qualche misura, quanto attuato dai personaggi di Eduardo ne L’Arte della Commedia. La vera magia, però, non è quella grazie alla quale Prospero teneva soggiogati Calibano e Ariel (poteri, questi, resi oggetto di una divertente parafrasi, verso la fine del film), bensì la suggestiva intersezione che si crea tra i diversi piani dell’arguta e godibilissima opera cinematografica; un’intersezione per cui la poetica di Shakespeare e quella del drammaturgo napoletano risultano assemblate in modo da dar voce al desiderio di libertà dei protagonisti, alle più genuine istanze popolari e a quella valenza sociale del teatro, che nella sua collocazione carceraria coltiva rimandi di vario genere, da estendere magari fino alla fondamentale esperienza che Cesare deve morire dei fratelli Taviani aveva saputo rappresentare.

In merito a questo, l’aspro territorio insulare dell’Asinara con le sue coste meravigliose e gli spazi del vecchio penitenziario si è rivelato il palcoscenico ideale. Ottimamente filmata dal direttore della fotografia Vincenzo Carpineta, resa ancor più incantata dalle musiche di Franco Piersanti, la piccola isola fa da contenitore alle molteplici tensioni che, scivolando tra ironia e melodramma con assoluta leggerezza, coinvolgono un magnifico gruppo di attori. A quelli già citati vanno infatti aggiunti diversi altri nomi, da un superbo Sergio Rubini fino a Renato Carpentieri, Teresa Saponangelo, Ciro Petrone, Francesco Di Leva, per non parlare poi della toccante apparizione di Luca De Filippo che sarebbe di lì a poco scomparso. Già. Abbiamo forse tralasciato di sottolineare quanta importanza abbia avuto il legame coi De Filippo del cineasta sardo. Elemento fondamentale della sceneggiatura è proprio la traduzione in napoletano de La tempesta, che Eduardo effettuò facendosi poi assistere dallo stesso Cabiddu, allora ventinovenne, per quella preziosa registrazione audio che vide il grande interprete partenopeo dar voce a tutti i personaggi maschili. Anche questo un momento di formazione importante, da aggiungere all’eclettico percorso del film-maker isolano, capace di districarsi egregiamente tra finzione cinematografica (vedi ad esempio Il figlio di Bakunin), suggestioni teatrali e una costante ricerca musicale, che lo ha portato a realizzare progetti interessantissimi come Sonos ‘e memoria (2004) con Paolo Fresu o come Faber in Sardegna & L’ultimo concerto di Fabrizio De André, il bel documentario dedicato più di recente al generoso e indimenticabile cantautore.

Stefano Coccia

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