La sposa bambina

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La breccia nel muro

Esistono film per i quali il valore civile trascende di gran lunga quello artistico, perlomeno in base ai parametri ordinari che usiamo nel giudicare un film. Rientra a pieno titolo nella categoria questo La sposa bambina – Mi chiamo Najoom ho 10 anni e voglio il divorzio (come recita il titolo italiano completo), opera proveniente addirittura da un paese cinematograficamente sconosciuto come lo Yemen. E vedendo il film se ne comprendono anche i motivi, diciamo così, socio-culturali. Si resta però felicemente sorpresi nell’apprendere che in cabina di regia c’è una donna di cinquant’anni, Khadija Al-Salami, la quale ha vissuto sulla propria pelle una storia assai simile a quella della piccola protagonista di un lungometraggio non certo privo di comprensibili difetti ma animato da sincero spirito di resistenza nei confronti di una causa che pareva persa in partenza. Ne La sposa bambina non c’è, fortunatamente, la messa in scena manichea di chi ha ragione e chi ha torto. Ma si cerca di articolare, con relativo successo, un discorso analitico su cosa realmente può significare vivere in un paese come lo Yemen, preso ad esempio di tante altre nazioni arabe dove la condizione femminile è ancora ben lontana da qualsiasi miraggio di emancipazione o peggio.
Najoom è una bambina di dieci anni data in sposa ad un uomo molto più grande di lei. Tuttavia, non è su questo specifico fatto, peraltro abbastanza abituale nella cultura locale, che si fonda la critica della cineasta Al-Salami. Lo scandalo risiede nell’arretratezza di una tradizione che tratta la donna di qualsiasi età alla stregua di una volgare merce, da cedere in cambio di qualcosa di conveniente. Senza che essa possa opporre alcun parere personale ad un “affare” che si concretizza, ovviamente, in ambiti di esclusiva competenza maschile. Ed è appunto una novità assoluta, in quei posti, il fatto che la piccola Najoom trovi il coraggio, nel corso del film, di recarsi in tribunale allo scopo di denunciare una situazione per lei insostenibile. Ammirevole dunque la caratteristica della sceneggiatura – opera della stessa regista, nonché tratta dal libro biografico “I am Nujood, age 10 and divorced”, scritto da Nojoud Ali e dalla giornalista Delphine Minoui – di provare a spiegare cosa possa condurre a tale barbarie: il racconto del padre di Najoom in ambito processuale è davvero qualcosa che rimane nella memoria dello spettatore, in questo caso saggiamente condotto più alla riflessione che alla condanna aprioristica. Per il resto La sposa bambina, almeno in chiave contenutistica, è un film che riesce a trovare la giusta misura nel racconto, senza eccedere nei momenti scabrosi nel mostrare quella che è, a tutti gli effetti per il nostro modo di vedere “occidentale”, autentica pedofilia. Piuttosto ricorrendo ad un efficace scivolamento di significato capace di suscitare compassione e non solamente sdegno, come nel caso della prima notte di nozze “a tre”, con la bambola tenuta ben stretta da Najoom, costretta a subire violenza nel marito appena sposato.
La sposa bambina regala perciò i suoi momenti migliori, per l’appunto, quando indugia nella realistica descrizione di una società a misura di maschio, e quando mette a confronto il progressismo del giudice – che mette sotto la propria ala protettiva la piccola Najoom dopo la sua prima visita in tribunale – con le vetuste regole tribali alle quali le due famiglie, di Najoom stessa e del marito, si attengono. Convince meno quando prova a farsi cinema di genere – melodrammatico innanzitutto – incappando nelle atmosfere un po’ rarefatte di una soap opera dal respiro corto. Importa comunque poco o nulla, alla fine; perché il valore di un film come La sposa bambina risiede altrove, principalmente nella sua intrinseca richiesta di essere visto per aprire una decisiva breccia nello scardinare la metaforica fortezza di costumi del tutto inaccettabili, a qualsiasi latitudine, in questo ventunesimo secolo. E, almeno nello Yemen, l’effetto domino del cambiamento pare sia partito.

Daniele De Angelis

 

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