La ruota delle meraviglie

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il falò delle illusioni

Se una serie di sospetti finiscono con il fornire una prova inoppugnabile, è ormai lecito affermare con qualche certezza che il Woody Allen drammatico del nuovo millennio sia di gran lunga preferibile sia a quello comico che a quello che prova mescolare i due registri narrativi. Anche nel La ruota delle meraviglie (Wonder Wheel il titolo originale) il caro Woody torna inevitabilmente su tematiche ampiamente sfruttate nel suo cinema precedente, come responsabilità individuale, senso di colpa, crisi esistenziali, incontrollabili girotondi sentimentali e altro ancora. Ma una volta di più, un’opera che ad un primo sguardo potrebbe apparire come la reiterazione senza tempo di alcune ossessioni dell’autore newyorkese, ad analizzarla in profondità rivela piccoli scarti decisivi capaci di mettere da parte la sensazione di déjà vu offrendo all’insieme una prospettiva relativamente nuova.
Come spesso gli accade Allen decide di “giocare in casa”, ambientando la sua ultima fatica nella Coney Island (Brooklyn) anni cinquanta dove è nato e cresciuto. Subito la voce narrante di Mickey (l’aspirante scrittore teatrale e bagnino per necessità interpretato da un Justin Timberlake in versione rubacuori) inquieta leggermente la platea rimarcando lo stato di depressione economica che avvolge la zona turistica, comprendente anche il luna park dove troneggia l’attrazione del titolo. Mickey ha una relazione clandestina con Ginny (sempre ottima Kate Winslet) a sua volta sposata in seconde nozze con Humpty (un umanissimo Jim Belushi) con il quale vive assieme ad un figlioletto problematico di nome Richie, avuto dal primo marito. A rovesciare il tavolo di una insoddisfacente, seppur quieta, routine famigliare arriva Carolina (una Juno Temple bravissima nell’ammantare di candore il proprio personaggio) in fuga dalla mafia poiché avrebbe rivelato alla polizia particolari importanti sull’organizzazione criminale dopo essere stata brevemente sposata con un membro della stessa. Da lì in avanti, soprattutto quando le ronde amorose ci metteranno lo zampino, le cose saranno destinate a prendere una piega decisamente drammatica, persino sotto la patina finto-nostalgica che Allen usa a permeare il tutto.
I dettagli si diceva. L’autore di Crimini e misfatti (1989) – probabilmente la summa del Woody Allen in versione etica senza possibilità di redenzione – abbatte subito la classica quarta parete permettendo al personaggio di Justin Timberlake di rivolgersi direttamente alla macchina da presa, tirando in ballo, da uomo di cultura, Shakespeare, la tragedia greca e altri celebri drammi teatrali a punteggiare le imprevedibilità di un racconto cinematografico in odor di realismo “acculturato” in cui il Fato e la coscienza individuale giocheranno un ruolo determinante. L’Arte, insomma, da usare come strumento empatico per catturare l’attenzione degli spettatori nonché riflesso narrativo della realtà diegetica. Perfettamente funzionale alla narrazione, in apparenza ad alleggerire l’atmosfera ma in realtà a fornire nuove chiavi di lettura pessimiste, la parte riguardante il piccolo Richie, bambino affetto da una sin troppo precoce – ma simbolicamente motivata – tendenza alla piromania. Poi la spettacolosa fotografia opera di Vittorio Storaro, il cui meticoloso lavoro sulla luce illumina volti e situazione di toni fiabeschi, in aperto e voluto contrasto con lo squallore della realtà diegeticamente raccontata. La ruota delle meraviglie risulta così, al tirar delle somme, sia una parabola morale di antica universalità sia un aggiornamento intellettuale della classica storia noir rivisitata in chiave melodrammatica. Con la straordinaria Kate Winslet a ricoprire, nel segno di una stimolante ambiguità, la parte della vittima predestinata dagli eventi e assieme quella di femme fatale, artefice delle disgrazie altrui.
Per apprezzare sino in fondo un’opera non certo particolarmente originale, almeno nella filmografia alleniana, come La ruota delle meraviglie bisogna dunque armarsi della pazienza di scavare oltre la patina di superficie. Solamente in quel caso si scoprirà la potenza occulta di una storia nella quale il pessimismo “d’autore” si annida in un’ultima sequenza da brividi: un falò sulla spiaggia che prova, catarticamente, a far tabula rasa delle ordinarie nefandezze a cui abbiamo assistito nel corso del film. Missione impossibile, perché anche l’innocenza infantile è ormai fuggita via da tempo.

Daniele De Angelis

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