Star Wars: Gli ultimi Jedi

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

Bufale (spaziali) un tanto al Kylo

Il titolo della recensione potrebbe apparire eccessivamente aggressivo e denigratorio. Eppure, per quanto ci sia sembrato che solo una parte della stampa (l’altra metà alla fine della proiezione ha applaudito convinta; applauso motivato anche – e qui ci siamo accodati volentieri – dalla commovente dedica finale a Carrie Fisher) condividesse appieno il nostro disappunto, di fronte all’esito del nuovo capitolo della saga, l’anteprima di Star Wars: Gli ultimi Jedi ci ha posto davanti uno strano oggetto filmico; con qualche intuizione effettivamente godibile e tanti altri momenti, troppi a nostro avviso, il cui registro farsesco ed esageratamente goliardico ci ha fatto chiedere se non si trattasse, in realtà, di un remake in incognito dello spassosissimo Balle spaziali di Mel Brooks. E perciò ce lo volete concedere che quello cui abbiamo assistito possa considerarsi, nel cammino pluridecennale di Star Wars, un capitolo “usa e jedi” (neanche noi disdegnamo un po’ di cabaret interstellare) da riporre in fretta, assieme all’esistenza di Jar Jar Binks, tra le esperienze meno felici di un’epopea galattica che al contrario ci ha sempre coinvolto parecchio? Chissà. Forse per alcuni anche questo diventerà oggetto di culto. Ma da parte nostra il rischio che molti avevano paventato per il precedente e comunque più compatto e riuscito Star Wars: Il Risveglio della Forza, ovvero un’ingerenza fastidiosa dell’estetica Disney nei nuovi film, lo abbiamo visto manifestarsi con forza (e non assieme alla Forza, purtroppo) proprio in questo lungometraggio firmato da Rian Johnson. E visto che lo abbiamo citato, apriamo una piccola parentesi: al regista del Maryland che avevamo tanto apprezzato per Looper (2012) non è riuscito il piccolo miracolo compiuto invece dal britannico Gareth Edwards, il quale (come fatto in precedenza con l’altrettanto leggendario Godzilla) aveva saputo stabilire in Rogue One un formidabile equilibrio, tra gli scrupoli filologici necessari a non lasciare spaesati i cultori della saga e le istanze più livide, nostalgiche e crepuscolari presenti nel suo modo di fare cinema.

Partiamo comunque dall’inizio. Le prime sequenze di Star Wars: Gli ultimi Jedi, con la flotta del Primo Ordine impegnata in un attacco a sorpresa sul pianeta dove ha trovato rifugio la Resistenza, ci pongono immediatamente di fronte a un paio di alleggerimenti comici, dal tempismo quantomeno discutibile: lo spavaldo Poe Dameron, pilota di X-wing interpretato da Oscar Isaac, si permette di sfottere il come sempre altero Generale Hux (Domhnall Gleeson), collegandosi alla flotta nemica dall’abitacolo di un caccia isolato; trascorre poco tempo e vediamo risvegliarsi dal letargo anche Finn, l’ex stormtrooper passato alla Resistenza e impersonato invece dal coloured John Boyega… ma gli è sufficiente alzarsi e fare due passi per accorgersi che la sua tuta spaziale fa acqua da tutte le parti!
Ecco, va detto che in Star Wars i siparietti umoristici ci sono sempre stati e collocati al momento opportuno ne hanno fatto anche la fortuna. Appunto, al momento opportuno. Rian Johnson in più punti della storyline sembra aver perso di vista il giusto dosaggio, relegando quanto resta dell’epos originario a una faida tra Jedi e Sith, i cui riflessi più significativi hanno luogo in un pianeta remoto e assai lontano dalla battaglia in corso, l’eremo insomma in cui si era rifugiato un ormai immalinconito Luke Skywalker (tornato così in azione anche il leggendario Mark Hamill) e dove la futura apprendista Rey (Daisy Ridley) era andata a recuperarlo, per conto di Leia nonché della Resistenza. Tutto ciò mentre la disperata e persino grottesca ritirata dei ribelli (in pratica vediamo la loro flotta, assai malconcia, procedere col passo del gambero per sottrarsi alla furia delle astronavi dalla tecnologia più avanzata, di cui si è dotato il Primo Ordine) è costellata di episodi al limite del farsesco. Su tutti la missione spericolata compiuta dai nostri eroi in un pianeta assimilabile a una Montecarlo galattica, tra i cui tavoli da gioco si intravvede persino una specie di Clark Gable versione 2.0. Se a queste trovate già kitsch aggiungiamo un continuo proliferare di creature spaziali dagli occhioni dolci che, più che ad analoghe apparizioni nel bestiario alieno dei precedenti capitoli di Star Wars, fanno pensare a curiose ibridazioni con l’immaginario fantastico di Harry Potter o dei film di Tim Burton, si può forse immaginare perché il Disney touch, a nostro avviso, stia cominciando a far danni più adesso che nel precedente (e a nostro avviso non disprezzabile) lavoro di J. J. Abrams.

Vogliamo aggiungere altro? Lo scarso scrupolo filologico dimostrato da Rian Johnson lo spinge a far compiere a Cavalieri Jedi e Oscuri Signori dei Sith azioni che non gli avevamo mai visto fare prima e che magari avremmo giustificato più facilmente, se si fosse trattato di un’estensione di altre saghe, vedi The Matrix. Alla stessa eleganza dei duelli con la spada laser o con altri poteri si sostituiscono combattimenti ibridi, caratterizzati da un eccesso di superomismo e da sotterfugi tanto ingegnosi quanto improbabili. Alle tante domande sollevate dall’ascesa del Leader Supremo Snoke (Andy Serkis) lo script propone poi risposte… che rimangono a metà! Un po’ come lui. E questa la buttiamo lì senza aggiungere altro, sennò sarebbe già spoiler. Mentre Kylo Ren (ovvero Adam Driver), tormentato adepto del Lato Oscuro costretto finalmente a “gettare giù la maschera” (sia metaforicamente che in senso letterale, se si considera il casco, metonimico e ormai superfluo cordone ombelicale tra lui e il mito di Darth Vader), si conferma uno dei personaggi potenzialmente più interessanti, tra quelli introdotti nel precedente lungometraggio. Potenzialità destinate però a rimanere in gran parte inespresse, se ci si ostina a rappresentarlo come un personaggio totalmente bipolare, umorale all’inverosimile, che prima fa una cosa e un attimo dopo la smentisce.

Stefano Coccia

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