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La Casa: Il rogo del Male

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VOTO: 7

La fiamma non si è ancora spenta

Arrivati al sesto capitolo di Evil Dead — in italiano discutibilmente tradotto in La Casa — cosa resta di una saga diventata cult grazie ad effetti speciali artigianali e l’idea, originale nella sua semplicità, di incorporare alla narrazione dell’orrore una componente massiccia di comicità slapstick? La risposta è ancora tanto divertimento macabro!
La sequenza iniziale con protagonista una canna da pesca, in quest’ottica, è già rassicurante, facendo sembrare al confronto i primi film de La Casa un episodio di Art Attack. Il franchise è cresciuto esponenzialmente dal primo esperimento ludico di Sam Raimi, costato appena 300 mila dollari, ed è ormai giunto alla sua produzione più dispendiosa, per la regia di Sebastien Vanicek. È interessante approfondire il curriculum del regista francese in questione, a cui è stato affidato il terzo capitolo di questa operazione di reboot dopo il successo di Vermin, il suo lungometraggio di debutto presentato nel 2023 alla Settimana Internazionale della Critica nel contesto della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica. Un horror indipendente infestato dai ragni, caratterizzato dalle stesse atmosfere claustrofobiche che associamo all’universo de La Casa, e con cui Vanicek sembra essere profondamente in sintonia.
A testimonianza della fiducia riposta dal pubblico in questo franchise, destinato a essere redditizio fino a che la qualità delle sue apparizioni non accennerà a ridursi, il settimo film è già in fase di sviluppo. A condurlo sarà Francis Galluppi, regista di Ultima Fermata: Yuma County, debutto che le poche persone che lo hanno visto concorderanno nel definirlo il miglior film dei fratelli Coen che non porta il loro nome. Il futuro della saga è quindi nelle mani delle voci emergenti che dimostrano talento precoce nel territorio del cinema di genere indipendente, direzione concorde con i successi dell’ultimo periodo. È infatti la regia il punto di forza indiscusso de La Casa: Il rogo del Male, costruito intorno a riprese serrate che lasciano frequentemente spazio a virtuosismi che condiscono di stupore l’azione intensa. Un piano sequenza in particolare, verso la fine del film, appare come un trionfo di ansia e caotiche coreografie rocambolesche, facendo percepire il conflitto anche al di fuori degli angoli dello schermo. Sebastien Vanicek sa osare dietro la cinepresa, visibilmente divertito nel tentativo di codificare un linguaggio visivo adeguato a quello che, a tutti gli effetti, è ad oggi il capitolo più incendiario della saga. Tutto questo senza trascurare dettagli iconici come la ripresa, collaudata da Raimi, in cui la camera sembra essere posseduta (in questo caso replicata con un drone).
Se siete nuovi all’universo de La Casa, vi basti sapere che la lettura ad alta voce di un libro — il Necronomicon — scatena prontamente un’orda di demoni in grado di prendere il controllo degli esseri umani, acquisendo l’abilità di attingere ai loro ricordi e trasformando il loro aspetto in una versione rabbiosa e (solo leggermente) putrefatta di se stessi. Non aspettatevi entità malvagie che mirano ad uccidere in modo efficiente: agli spiriti non-morti in questione piace giocare con le loro prede, testandone le abilità e tenendo conto di ricevere in cambio altrettante mutilazioni (dopotutto, è facile assumersi questo rischio abitando la fragile carne altrui). Con l’obiettivo di manipolare i conoscenti delle vittime, i demoni possono anche decidere di far tornare temporaneamente il loro corpo alle condizioni precedenti la possessione, oppure di alterare la loro voce, consci del fatto che la psiche dell’uomo è vulnerabile a questi espedienti spiccioli. Coerentemente con la traduzione italiana del titolo, gli scontri si svolgono quasi interamente all’interno di un edificio: in questo caso una tenuta di famiglia in cui è nascosto qualcosa che i demoni vogliono. Quello che lascia a desiderare della scenografia, una gigante villa scricchiolante e legnosa simile a quella utilizzata dal collega Lee Cronin — regista di La Casa: Il risveglio del Male — per la sua Mummia solo qualche mese fa, è il suo impatto visivo spento e monotono. Sorge il dubbio che i mali ancestrali siano, per qualche motivo sconosciuto, impossibilitati ad infestare complessi abitativi più moderni e stimolanti.
Nonostante a cavallo dei diversi film si possano riscontrare delle piccole incongruenze relativamente alla natura e all’origine delle creature, la formula è consolidata, e La Casa: Il rogo del Male non si propone di re-inventarla. Anzi, tenta nei primissimi secondi di stabilire una connessione narrativa con i suoi predecessori grazie a qualche nozione storica riassuntiva, prima di accantonare il proposito — un tantino sconclusionato — per focalizzarsi sui personaggi. Veniamo introdotti a un gruppo eterogeneo di personalità, che spaziano dal poco caratterizzate allo stereotipato, nel corso di una serata in discoteca che culmina in un litigio. “Vai all’inferno!”, recita Alice, ragazza di origini francesi, al marito violento. Ironicamente, è proprio li che è diretto William, che sfreccia in auto verso un telefonato incidente, le cui fiamme condurranno a una schermata del titolo potente perfino per gli standard elevati a cui ci ha abituato la serie. Ed ecco che tutti si ritrovano convenientemente sotto lo stesso tetto, successivamente al funerale di William. L’evidente disinteresse di Alice nei confronti della tragedia appena consumatasi genera tensioni palpabili, e Vanicek le sfrutta per esplorare il conflitto anche sul fronte familiare, donando spessore alla pellicola. Dopotutto, l’essere umano sa essere meschino anche quando non è posseduto.
Al di là di qualche reazione irrealistica di fronte allo scenario terrificante che si sta materializzando, il film non manca di strappare con puntualità un sorriso, sfruttando con discreto successo il personaggio senile della nonna e alcune dinamiche particolarmente goliardiche (per non dire malate). Il rogo del Male è quindi un’aggiunta soddisfacente alla saga de La Casa: un horror dai ”bollenti spiriti” adatto a chiunque senta la necessità di crogiolarsi in atmosfere cupe e splatter che non si prendono troppo sul serio, ma che all’occorrenza sanno mettere a disagio. Uno dei grandi pregi di questo sesto capitolo è il modo in cui rispetta lo spettatore, rigettando completamente il jumpscare come veicolo di emozioni spicciole e tenendosi sotto le due ore di durata. Viscerale è il termine giusto: un aggettivo inflazionato in questo settore, ma che si presta a descrivere accuratamente l’esperienza che propone Il rogo del Male.

Alessio Vinciguerra

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