La belle époque

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Giovinezza, amore

Il passato si può rievocare, partendo da un inizio ed una fine di qualcosa. Una vita, un amore. Ma forse è possibile anche riviverlo, grazie al geniale espediente trovato dall’imprenditore Antoine. Quest’ultimo infatti organizza, dietro lauto pagamento, una perfetta riproposizione di contesti, fatti e volti – interpretati ovviamente da attori ingaggiati per lo scopo – di un’epoca scelta dal cliente. Accade in La belle époque, opera seconda da regista dell’attore Nicolas Bedos, autore a questo punto da tenere assolutamente d’occhio. Perché se Un amore sopra le righe (2017) rappresentava il turgido, disincantato, ironico e melodrammatico resoconto di una storia d’amore lunga quarant’anni, quest’opera seconda ne rappresenta un ideale tassello complementare.
Victor (un Daniel Auteuil in stato di grazia) e Marianne (la sempre affascinante Fanny Ardant) sono una coppia di lungo corso giunta forse al termine del loro rapporto ormai logoro. Entrambi appartenenti alla classe intellettuale, si lanciano frecciate senza soluzione di continuità. Finché un giorno lei decide per il grande passo e “sfratta” il marito, a vantaggio di un amante più giovane ma non più bello. Tra l’altro conoscente di Victor. Il quale, disegnatore di fumetti in crisi d’ispirazione, economicamente veniva mantenuto dalla moglie alto-borghese. Dopo un periodo di sbandamento esistenziale Victor riceve l’invito da parte di Antoine (Guillaume Canet, molto in parte), peraltro coetaneo e amico del figlio di Victor, di testare in prima persona la sua nuova “creatura” professionale. Victor sceglie gli anni settanta, nel suo fumoso bistrot preferito. Lo stesso dove, molti anni prima, conobbe Marianne. Nella circostanza ovviamente “impersonata” da una ragazza della medesima età all’epoca. Si tratta di Margot (la brava e bellissima Doria Tiller, già protagonista femminile del menzionato Un amore sopra le righe), a propria volta legata, con alti e bassi, sentimentalmente ad Antoine. Ma cosa fare quando entra in gioco la volatilità estrema del sentimento amoroso?
Nicola Bedos, anche sceneggiatore, lavora di pura emozione e senso di vertigine, nella migliore tradizione del cinema d’oltralpe, su un raffinato gioco di specchi costruito con il classico meccanismo a scatole cinesi. Una messa in scena che annulla, con grande abilità, quel sottile confine che distingue realtà e finzione. Nel prologo sembra di trovarsi in uno dei provocatori paradossi del cinema di Yorgos Lanthimos, maestro di sostituzioni fittizie a scapito di presenti sin troppo dolorosi. Poi La belle époque acquista pian piano una propria dimensione romantica in modalità struggente, sospesa tra il rimpianto ineluttabile e l’umano desiderio di credere ancora nell’amore eterno. Un processo che, tra bugie, sofferenze e svelamenti, troverà una dimensione del tutto originale, a dispetto di citazioni evidenti di un’opera seminale come The Truman Show (1998) di Peter Weir. Il falso diventa verità, mentre la realtà comincia a dare segni di prospettive errate. E se l’epilogo pecca forse di un lieto fine abbastanza scontato, nondimeno bisogna ammettere che perdersi nel labirinto orchestrato da Bedos risulta essere un’esperienza piacevolissima, perfettamente in grado di solleticare, a livello paritario, il cuore e la mente degli spettatori.
La belle époque, inserito nella sezione Tutti ne parlano della Festa del Cinema di Roma 2019 dopo il suo passaggio al Festival di Cannes di quest’anno, è senza ombra di dubbio una delle proposte più stimolanti della rassegna romana. Da recuperare ad ogni costo allorquando uscirà nelle sale italiane ad inizio novembre con I Wonder Pictures. Non manca molto…

Daniele De Angelis

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