Jia Zhangke, un ragazzo di Fenyang

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Incontri di viaggio

A volte si fanno incontri importanti, a metà del proprio viaggio. Un qualcosa del genere deve essere capitato a Walter Salles e Jia Zhangke. I due registi, abituati nel loro cinema all’idea di muoversi, esplorare, lavorare sull’identità delle persone e dei luoghi, sono stati protagonisti all’Auditorium di un incontro col pubblico e con gli addetti ai lavori, programmato il pomeriggio del 21 ottobre, che si è rivelato davvero vivace e ricco di spunti. Pretesto di questa conversazione pubblica, tale da destare una certa curiosità nel pubblico festivaliero, era proprio il Marco Aurelio alla carriera assegnato quest’anno al cineasta brasiliano, premio che per alcuni cinefili viveva già di luce riflessa: di Salles sarebbe stata infatti proiettata, nel corso dell’evento, una versione non ancora definitiva del documentario Jia Zhangke, un ragazzo di Fenyang, dedicato per l’appunto a un Maestro del cinema ben più quotato presso il pubblico più cinefilo. Ebbene, non solo il documentario di Salles si è definito ai nostri occhi come un ritratto artistico e umano davvero ammirevole, ma sia le immagini che la precedente conversazione tra i due hanno messo in luce un rapporto di amicizia e di stima reciproca che va avanti da anni, arricchito nella circostanza da una serie di aneddoti assai gustosi.

Walter Salles è un autore le cui opere di finzione talvolta ci hanno convinto e altre volte decisamente meno. Non pochi gli scivoloni, ultimamente, ma di lui vanno ricordati almeno due grandissimi film: Disperato aprile (2001) e il sottostimato, millenaristico Midnight (1998), diretto peraltro a quattro mani con Daniela Thomas; entrambi superiori, a nostro avviso, al più fortunato Central do Brasil (1998), film che gli aprì le porte del successo internazionale. Dal dialogo avvenuto sul palco è emersa invece tutta la maturità critica del regista brasiliano, capace di descrivere la poetica del collega cinese con semplici e incisive parole. Particolarmente interessante è stato il ricordo di una sua intervista a Jia Zhangke, avvenuta qualche hanno fa, in cui l’altro gli aveva indicato Antonioni quale punto di riferimento per la sua concezione cinematografica dello spazio, Bresson per quella inerente al tempo e Hou Hsiao-hsien per la necessità di trasporre sullo schermo le peculiarità della vita quotidiana. Altri elementi di rilievo del cinema di Zhangke, autore – giova ricordarlo – di autentici capolavori come Platform (2000) e Still Life (2006), sono emersi ovviamente durante la visione del documentario. Ma di quest’ultimo ci ha maggiormente colpito, invero, la dimensione umana. Dimostrando una sensibilità rara Walter Salles ha saputo accompagnare con il giusto mix di curiosità e discrezione l’amico regista (qui rientra anche l’idea dello spostamento nello spazio e nel tempo, cara ad entrambi i cineasti) in quel viaggio nei luoghi delle origini, condiviso a tratti da altri personaggi vicini a Zhangke, che vive uno dei momenti più intensi nella visita compiuta dopo tanti anni alla casa dell’infanzia, occupata ora da una diversa famiglia. Sia nelle interviste su temi intimi, privati (vedi il doloroso ricordo della scomparsa del padre), che nelle riprese di frangenti altrettanto delicati dal punto di vista professionale, Walter Salles si è visto investito di una grande fiducia da parte dell’altro artista, fiducia che ha saputo mettere bene a frutto.

Stefano Coccia

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